Algoritmi solidali: usare l’intelligenza artificiale per il bene comune

Il Terzo settore non è solo destinatario dell’innovazione digitale: può essere laboratorio per un’IA civica che sostiene persone e comunità con formazione, governance e pratiche partecipative.

Negli ultimi anni il dibattito sull’Intelligenza artificiale è rimasto in gran parte ancorato a logiche industriali: efficienza, automazione, competitività. Tuttavia, esiste un filone meno visibile ma altrettanto cruciale che mette l’accento sull’IA come infrastruttura sociale, capace di avvicinare servizi, diritti e persone. In questo quadro il Terzo settore può diventare non solo fruitore, ma co-progettista di tecnologie destinate a rafforzare la prossimità e l’autonomia delle comunità.

Trasformare l’IA in uno strumento di cura significa ripensare criteri di progettazione, implementazione e valutazione: non più soluzioni calate dall’alto, ma processi iterativi che integrano formazione, governance e manutenzione sociale. Progetti come Digital Bridge, promossi da Fondazione Mondo Digitale e Croce Rossa Italiana e sostenuti dal Fondo per la Repubblica Digitale – Impresa sociale (bando Digitale sociale), sono esempi concreti di questa transizione.

Perché parlare di intelligenza artificiale «per bene»

La questione non è semplicemente tecnica: riguarda chi beneficia delle tecnologie e quali relazioni esse creano. Un’IA civica deve essere progettata per aumentare le capacità degli attori locali, non per sostituirli. Questo implica investimenti in formazione continua, sistemi di governance trasparenti e strumenti di valutazione che siano sensibili ai contesti. Senza questi elementi, anche soluzioni pensate con le migliori intenzioni possono generare dipendenza tecnologica o nuove forme di esclusione.

Dal concetto di neutralità alla situazione d’uso

Spesso si parla di tecnologia come se fosse neutra, mentre nella pratica ogni algoritmo opera dentro relazioni complesse. Un’app per facilitare l’accesso ai servizi pubblici, ad esempio, si misura con livelli di alfabetizzazione digitale, fiducia degli utenti e capacità organizzative delle associazioni. Per questo è utile vedere l’IA come tecnologia situata, che si adatta ai contesti educativi, sanitari e territoriali in cui viene impiegata.

Sperimentazioni pratiche nel Terzo settore

Nella gestione dei servizi di prossimità emergono applicazioni concrete e non astratte: chatbot supervisionati che aiutano nella compilazione di pratiche online, strumenti di semplificazione linguistica per rendere comprensibili i moduli pubblici, piattaforme che supportano operatori e volontari nell’analisi di bisogni complessi. Queste soluzioni non puntano esclusivamente all’automazione, ma a potenziare la relazione umana.

Formazione e percorsi personalizzati

Un elemento centrale del modello sperimentato da Digital Bridge è l’approccio formativo: dopo una valutazione iniziale delle competenze digitali, dipendenti e volontari possono accedere a percorsi modulati e multilivello, costruiti sulla base delle esigenze reali dei contesti operativi. In questo modo l’innovazione diventa oggetto di apprendimento e valutazione continua, non un prodotto preconfezionato.

Governance, valutazione e beni comuni digitali

Affinché l’IA produca impatti socialmente desiderabili è necessario pensare a strutture di governo e sostenibilità: regole condivise, trasparenza degli algoritmi e responsabilità umana. L’analisi d’impatto sociale diventa una pratica imprescindibile: l’IA può aiutare a incrociare indicatori quantitativi e qualitativi per capire cosa funziona, per chi e in quali condizioni.

Inoltre, è importante investire nella costruzione di beni comuni digitali che restino disponibili nei territori anche dopo la conclusione dei singoli progetti. Questo approccio riduce il rischio di frammentazione e favorisce la creazione di alleanze durature tra enti pubblici, organizzazioni del Terzo settore, imprese tecnologiche e comunità locali.

Da beneficiari a co-progettisti

Per avere un’IA davvero orientata al bene comune, il ruolo del Terzo settore deve evolvere: dalle posizioni passive di semplice destinatario verso ruoli attivi di co-progettazione. Solo così le scelte tecnologiche possono essere orientate dai bisogni reali e dalla conoscenza dei contesti locali, evitando soluzioni che funzionano soltanto su carta o in laboratorio.

Se affrontata come processo collettivo, l’intelligenza artificiale può diventare una leva per l’innovazione sociale e per una democrazia più inclusiva.

Scritto da Alessandro Bianchi

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