Come funziona il fundraising per startup in Italia

Un quadro pratico sui criteri, i tempi e le dinamiche del venture capital italiano raccontato da un operatore del settore

Il mondo del venture capital in Italia sta entrando in una fase di maggiore maturità e richiede ai fondatori un’interpretazione più fine dei meccanismi decisionali degli investitori. Dopo l’intervento tenuto il 26 marzo 2026 durante Fundraising Gym, organizzato da Talent Garden con TikTok, Aurelio Mezzotero, Managing Partner di The Techshop, ha condiviso osservazioni pratiche su cosa succede realmente durante un’operazione di fundraising. La narrativa qui proposta riorganizza quelle riflessioni per offrire ai lettori un quadro operativo, partendo dai criteri di investimento fino alle tempistiche e ai rischi umani che spesso determinano l’esito di un round.

Questo articolo esplora la strategia di un fondo europeo focalizzato su startup early-stage, le aspettative temporali che si scontrano con la realtà e gli elementi chiave che guidano la due diligence. L’obiettivo è mettere in ordine le informazioni essenziali: come viene valutato un progetto in fase seed, perché il team è spesso più rilevante dei numeri iniziali e quali sono le dinamiche del mercato italiano, incluse le performance regionali e la presenza dei Corporate Venture Capital locali.

Chi è The Techshop e l’origine della tesi d’investimento

The Techshop è un fondo europeo nato per sostenere startup tecnologiche in fase iniziale con un approccio che combina capitale e competenze operative. Il progetto è stato formalizzato nel 2026 e ha iniziato l’attività operativa nel 2026 con l’intento di supportare team orientati al prodotto e alla scalabilità internazionale. La filosofia del fondo si sintetizza nell’idea di essere più di un semplice erogatore di capitale: un vero e proprio hub di risorse per fondatori, dove trovare supporto strategico e commerciale.

Modello operativo e settori preferiti

Il focus del fondo ricade sul digitale B2B, con interessi in ambiti come software, AI, marketplace e digital platforms. La strategia prevede investimenti anche in fase pre-revenue, quando la tecnologia è solida ma i ricavi non sono ancora significativi: in questo stadio la valutazione si sposta dal bilancio ai fattori qualitativi, come la robustezza del tech stack e la capacità del team di eseguire.

Tempi e aspettative: il divario tra desiderio e realtà

Uno dei punti più critici per le startup è la gestione delle tempistiche. Molti fondatori immaginano un processo lineare e veloce, fatto di pochi incontri e chiusura rapida; l’esperienza invece mostra che negoziazioni, controlli e allineamenti richiedono spesso mesi. Questa discrepanza è alimentata da molteplici fattori: complessità istituzionali, passaggi di governance, verifiche tecniche e, non meno importante, la costruzione di momentum tra gli investitori interessati. Comprendere e pianificare questi tempi è fondamentale per evitare frustrazioni e decisioni affrettate.

Esempio pratico

A titolo esemplificativo, Mezzotero ricorda un founder che prevedeva di chiudere un round in poche settimane leggendo manuali di settore, ma che poi ha impiegato sei mesi per raggiungere un Serie A con investitori di prim’ordine. Questo caso sottolinea che anche startup ad alta crescita possono incontrare ritardi significativi: la relazione con gli investitori è una partnership di medio-lungo periodo e la costruzione di fiducia richiede tempo e dati, quando disponibili.

Criteri di valutazione al seed: tecnologia e capitale umano

In fase seed i numeri finanziari spesso non esistono o sono fragili; per questo la due diligence si sposta su due pilastri: la solidità tecnologica e la resilienza del team. Dal punto di vista tecnico l’analisi verifica il tech stack, l’architettura e la proprietà intellettuale. Sul versante umano, invece, si valuta la composizione del gruppo dirigente, la complementarità delle competenze e la capacità di reagire agli imprevisti.

La centralità del team e la valutazione psicologica

Il fondo adotta regole nette: per esempio non investe su iniziative guidate da un solo founder, perché la presenza di un team ben strutturato riduce il rischio operativo. Per rendere più oggettiva la valutazione della componente umana, The Techshop si avvale di un talent advisor che supporta nelle interviste e nella previsione della resilienza del gruppo. Si cerca di misurare come i fondatori reagiscono agli ostacoli, come risolvono conflitti e come gestiscono lo stress, elementi che possono determinare il successo o l’insuccesso di una startup.

Contesto italiano: numeri, aree e modelli di collaborazione

L’ecosistema italiano mostra luci e ombre: l’Italia è decima in Europa per volumi complessivi negli ultimi cinque anni, ma scende molto nelle classifiche pro-capite. Secondo Banca d’Italia, nel triennio 2026-2026 l’investimento VC era circa lo 0,03% del PIL, contro lo 0,09% di Francia e Germania. Settori come l’ICT attirano la fetta maggiore degli investimenti (38%), mentre Life Sciences e Smart City mostrano trend di crescita. La concentrazione geografica è evidente: Lombardia guida con il 46% del mercato, seguita da Lazio e Piemonte.

Il ruolo del corporate e delle iniziative pubbliche

In Italia il Corporate Venture Capital ha rallentato, con dati 2026 e 2026 che lo mostrano in diminuzione, ma esistono esempi di partnership efficaci tra grandi gruppi e operatori VC, come la collaborazione tra A2A e 360 Capital per il fondo 360 LIFE II. Allo stesso tempo, azioni regionali come la strategia della Regione Lazio (contenitore FARE Venture 2) dimostrano che i fondi pubblici possono essere leve per attrarre capitale privato e creare condizioni più favorevoli per le startup.

Scritto da Dr.ssa Anna Vitale

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