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Il panorama normativo italiano si è arricchito di una disciplina organica finalizzata a contrastare il fenomeno del greenwashing. Con il D.Lgs. 20 febbraio 2026, n. 30, che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2026 ed è entrato in vigore il 24 marzo 2026, il legislatore recepisce la Direttiva (UE) 2026/825 per rafforzare la tutela dei consumatori sulle dichiarazioni ambientali.
Lo schema del decreto introduce definizioni e divieti precisi sulle asserzioni ambientali e stabilisce nuovi obblighi informativi. La piena applicazione è prevista dal 27 settembre 2026, termine entro il quale le imprese devono aver aggiornato comunicazioni, etichette e contratti. Questo periodo transitorio è pensato per ridurre il rischio di sanzioni e permettere adeguamenti organizzativi e tecnici.
Cosa contiene il decreto: nozioni e perimetro
Il testo normativo introduce una serie di concetti formali: per esempio, per asserzione ambientale si intende ogni messaggio, anche grafico, che comunichi un impatto ambientale positivo, ridotto o neutro. Il decreto proibisce le affermazioni generiche come “eco” o “green” quando non supportate da evidenze verificabili e richiede che le etichette di sostenibilità poggino su sistemi di certificazione riconosciuti o su regole definite da autorità pubbliche. Inoltre la normativa chiarisce che non è consentito presentare come distintivo un requisito che è invece imposto dalla legge per quella categoria di prodotti.
Modifiche al quadro europeo
Il D.Lgs. attua la Direttiva (UE) 2026/825 e incide su due pilastri della regolazione comunitaria: alcuni elementi della Direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali e la Direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori sono aggiornati per rendere più stringente il controllo sulle dichiarazioni ambientali. In questo modo si mira a garantire che le informazioni fornite siano verificabili, pertinenti e non fuorvianti, aumentando la capacità del consumatore di scegliere in modo consapevole.
Pratiche vietate e ambiti di intervento
Tra le pratiche espressamente vietate compaiono: l’uso di claim ambientali generici senza prova, l’apposizione di etichette di sostenibilità non basate su certificazioni o su schemi pubblici, la presentazione di vantaggi ambientali inesistenti o non correlati al prodotto, e le dichiarazioni di neutralità climatica fondate unicamente su compensazioni. Anche le affermazioni che generalizzano benefici relativi all’intero prodotto quando riguardano solo una parte dello stesso sono considerate ingannevoli.
Obsolescenza e aggiornamenti
Il decreto affronta inoltre il tema dell’obsolescenza programmata: vengono vietate pratiche come nascondere aggiornamenti software che peggiorano funzionalità o dichiarare una durabilità non corrispondente alla realtà. Per i prodotti che dipendono da software, è richiesto di indicare chiaramente la disponibilità e la durata degli aggiornamenti software che incidono sulle prestazioni, così da non ingannare il consumatore sulla vita utile del bene.
Obblighi informativi sul prodotto e garanzie
Per rendere effettiva la tutela, il decreto impone nuovi obblighi informativi sulle caratteristiche ambientali e sociali, sulla durabilità, sulla riparabilità e sulla riciclabilità dei prodotti. Sono previste forme di comunicazione standardizzate come gli avvisi armonizzati e nuove etichette informative per le garanzie commerciali di durabilità superiori ai due anni. Restano ferme le discipline sulla garanzia legale di conformità e sulla garanzia commerciale, che devono essere coerenti con le informazioni fornite al consumatore.
Adempimenti pratici per le imprese
Il periodo che precede il 27 settembre 2026 è cruciale per le imprese: occorre rivedere il materiale di marketing, le schede prodotto e le etichette, verificare la solidità delle asserzioni ambientali con evidenze documentali, aggiornare i processi di tracciabilità e predisporre prove di certificazione. È consigliabile formare i team di comunicazione e compliance e adeguare i sistemi di governance dei dati ambientali per poter rispondere a verifiche e contestazioni.
Nel complesso, il nuovo decreto rappresenta una sfida ma anche un’opportunità per le imprese: chi saprà trasformare gli adeguamenti normativi in strumenti di trasparenza potrà rafforzare la fiducia dei consumatori e differenziarsi nel mercato con offerte realmente sostenibili.

