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Internet non è più un lusso ma un’infrastruttura vitale. Con la diffusione massiccia di servizi digitali — streaming, cloud, smart working e dispositivi connessi — il tratto finale della rete, noto come rete di accesso (l’insieme di infrastrutture che collega utenti finali e reti di trasporto), è diventato cruciale per garantire connettività a case e imprese.
Parallelamente è emerso un elemento spesso trascurato: l’energia necessaria per mantenere questa struttura operativa. Le reti di accesso sono capillari sul territorio e richiedono alimentazione continua per centinaia di apparati.
Consumi attuali e l’asimmetria delle tecnologie
In Italia le reti fisse consumano oltre 550 GWh all’anno. Gran parte di questo fabbisogno energetico è attribuibile a tecnologie legacy come ADSL, FTTC e sistemi basati su rame. Queste soluzioni assorbono la maggioranza dell’energia pur servendo una quota inferiore di utenti rispetto alla fibra.
La situazione determina una asimmetria tra energia impiegata e servizio erogato. Tale squilibrio evidenzia che la sostituzione degli apparati non riguarda solo le prestazioni di rete. Riguarda altresì la sostenibilità operativa e i costi energetici delle telco.
Il peso del comparto ICT
Nel più ampio contesto del settore ICT, le reti di telecomunicazione contribuiscono in misura rilevante ai consumi elettrici e alle emissioni. Studi internazionali stimano che l’intero comparto incida per circa 2–4% delle emissioni globali; una quota significativa è imputabile al settore delle comunicazioni.
Il consumo delle reti è difficile da comprimere a causa delle esigenze di continuità e della capillarità del servizio, con implicazioni dirette sulla sostenibilità operativa e sui costi energetici delle telco. Per questo motivo, l’ottimizzazione infrastrutturale e l’adozione di tecnologie a elevata efficienza energetica restano prioritarie per ridurre l’impatto ambientale e il costo del servizio.
Perché la fibra riduce i consumi
Il passaggio a una rete full‑fiber, in particolare alla tecnologia FTTH (fiber to the home), modifica profondamente il bilancio energetico delle infrastrutture di accesso. In uno scenario di completa dismissione del rame, il consumo annuo potrebbe ridursi fino a circa 77 GWh, con una diminuzione stimata dell’ordine dell’86%. Tale riduzione si traduce in una minore impronta di carbonio: lo spegnimento totale del rame eviterebbe circa 125.000 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. La transizione comporta inoltre benefici operativi e di efficienza che contribuiscono a ridurre il costo complessivo del servizio.
Le ragioni tecniche
Due fattori spiegano il vantaggio energetico della fibra. Innanzitutto, i apparati ottici consumano meno rispetto a molte apparecchiature in rame e, in alcuni casi, sono passivi, cioè non richiedono alimentazione locale.
In secondo luogo, la topologia della fibra richiede un numero minore di punti di presenza sul territorio per servire lo stesso bacino di utenti. Ciò riduce il numero complessivo di dispositivi in esercizio, il fabbisogno energetico e i costi di manutenzione.
Perché uno spegnimento graduale non basta
Il passaggio precedente indicava che la riduzione del numero di dispositivi in esercizio abbassa il fabbisogno energetico e i costi di manutenzione. Tuttavia, un piano di spegnimento graduale su scala individuale non sfrutta appieno tali margini di risparmio. Molte apparecchiature di rete consumano quasi la stessa potenza a basso carico e a pieno carico.
Strategia geografica dello spegnimento
La soluzione più efficace consiste nello spegnimento per aree geografiche. Dismettere interi segmenti della rete in rame permette di spegnere anche gli apparati di aggregazione ad alto consumo che altrimenti rimarrebbero attivi per servire pochi abbonati. Un approccio zonale massimizza il risparmio energetico rispetto a una riduzione uniforme e progressiva dell’uso del rame.
Questa strategia richiede una pianificazione coordinata tra operatori, regolatori e clienti, procedure di migrazione dell’utenza e investimenti nelle contromisure di ridondanza. Il risultato atteso è una riduzione concentrata dei consumi e una semplificazione operativa sugli anelli di rete interessati.
Impatto del tempo e benefici cumulati
Il ritmo della dismissione determina l’entità dei risparmi energetici e delle emissioni evitate. Ogni anno di ritardo genera consumi evitabili che si accumulano nel tempo e aumentano i costi complessivi della transizione. Anticipare lo switch-off accresce i benefici cumulati nel periodo considerato. Per esempio, una transizione più rapida potrebbe produrre risparmi complessivi dell’ordine di 4 TWh rispetto a uno scenario che posticipa lo spegnimento su più anni. Il risultato è una riduzione concentrata dei consumi e una semplificazione operativa sugli anelli di rete interessati.
Ostacoli e benefici collaterali
La migrazione presenta ostacoli non esclusivamente tecnici. Fattori sociali, la dipendenza di alcuni servizi di emergenza dal rame e la resistenza degli utenti al cambiamento complicano il processo. Tuttavia, i vantaggi superano gli impedimenti. Reti meno energivore risultano più resilienti e più agevolmente alimentabili con fonti rinnovabili e sistemi di continuità. Tali caratteristiche sono cruciali per servizi critici, incluse le strutture sanitarie e la protezione civile. Nei contesti interessati, si prevede inoltre una riduzione dei costi operativi e una maggiore facilità di manutenzione.
La migrazione alla fibra rappresenta una scelta strategica che riduce consumi ed emissioni, aumenta la resilienza delle reti e libera risorse per l’innovazione. Per ottenere benefici reali servono pianificazione territoriale, incentivi mirati e strumenti regolatori che favoriscano uno spegnimento coordinato e tempestivo del rame. La tempistica della dismissione determinerà l’entità dei risparmi energetici e le opportunità di ripianificazione degli investimenti infrastrutturali.

