L’uso dell’intelligenza artificiale in Italia appare oggi come un fenomeno ambivalente: da un lato la tecnologia è entrata nelle pratiche quotidiane di una parte consistente della popolazione, dall’altro permane una diffusa cautela sulle sue applicazioni più rilevanti. L’analisi quantitativa qui presentata si basa su rilevazioni condotte dall’Eurispes e mette in evidenza percentuali e tendenze che aiutano a capire dove e come l’AI è già integrata nella vita sociale e professionale degli italiani.
Questo quadro richiama la diagnosi teorica del sociologo Hartmut Rosa che parla di un’accelerazione tecnologica non sempre accompagnata da un corrispondente adattamento culturale: gli strumenti evolvono più rapidamente dei significati che la società assegna loro, generando un uso pratico ma non ancora una piena legittimazione sociale.
Diffusione e divari demografici dell’uso
I numeri principali descrivono una realtà mista: il 51,8% degli italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale ma solo il 14,4% la adopera con continuità, mentre una larga parte la impiega saltuariamente e il 48,3% del campione non la utilizza affatto. Questi dati segnalano che l’AI ha superato la marginalità, ma non ha ancora raggiunto una diffusione stabile e uniforme nelle pratiche quotidiane.
La variabile più forte è la fascia d’età: tra i giovani 18-24 anni l’AI è un elemento ormai consolidato, con l’83,4% che la utilizza e una quota di utilizzatori abituali che si avvicina al 45%. Man mano che si sale con l’età, il ricorso a questi strumenti cala in modo sensibile, evidenziando una frattura generazionale che non si limita alla sola competenza tecnica ma riguarda atteggiamenti e aspettative verso l’innovazione.
Condizione occupazionale e impatto sull’adozione
L’adozione dell’AI varia anche in funzione della posizione nel mercato del lavoro: studenti e lavoratori che si affacciano alla professione mostrano tassi di utilizzo più elevati, mentre pensionati, casalinghe e persone in cassa integrazione risultano tra i gruppi meno coinvolti. Questo suggerisce che l’accesso e la familiarità con la tecnologia sono strettamente connessi al contesto lavorativo e alla vulnerabilità rispetto alle trasformazioni del mercato.
Previsioni sull’impatto professionale
Sul versante delle aspettative, le opinioni sono divise: il 40,8% ritiene che l’impatto dell’AI nel proprio settore sarà contenuto, mentre il 38,1% lo considera significativo. Le fasce centrali del mercato del lavoro (25-34 e 35-44 anni) sono quelle che prevedono cambiamenti più rilevanti, con rispettivamente il 53,4% e il 53,3% che si aspettano un impatto significativo.
Usi pratici, fiducia e ambiti sensibili
Chi utilizza l’intelligenza artificiale lo fa soprattutto per scopi concreti: l’81,3% la impiega per ottenere informazioni, il 60,5% per attività legate al lavoro o allo studio, e il 54% per svago e intrattenimento. Tra le funzioni più diffuse emergono la produzione di testi (70%), le traduzioni (63,8%) e calcoli e stime (57,9%), mentre oltre la metà degli utenti ha creato contenuti multimediali.
Tuttavia, l’uso dell’AI per compiti che implicano una sostituzione strutturale del lavoro resta limitato: solo il 17,9% dichiara di usare l’AI per svolgere la maggior parte delle proprie mansioni lavorative. Questa differenza evidenzia la separazione tra un impiego di supporto e un’integrazione trasformativa nei processi professionali.
Fiducia a seconda del contesto
La fiducia nei sistemi automatizzati varia in funzione della gravità delle decisioni: la produzione di testi è l’unico ambito in cui la fiducia supera la metà (54%), mentre settori con impatti diretti sulla vita delle persone registrano livelli di fiducia molto più bassi. Nel credito e negli investimenti la fiducia è al 34,1% nelle diagnosi mediche al 28,9% e nella selezione del personale scende al 22,7% con il 77,3% che si dichiara non fiducioso in quest’ultimo ambito.
Un dato significativo riguarda i ricorsi a fini personali: il 41,2% ha utilizzato l’AI per indicazioni mediche o autodiagnosi, il 27,5% per consigli su decisioni personali e il 21,8% per un supporto emotivo o psicologico. Tra i giovani 18-24 anni queste percentuali raggiungono valori più elevati (ad esempio il 53% per richieste di tipo medico e il 33,8% per supporto emotivo), segnalando una relazione particolare tra giovanissimi e tecnologia come spazio di consulenza e conforto.



