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La proposta di collegare il sistema nazionale di identità digitale INRIS con le banche dati dell’amministrazione fiscale è presentata come una strategia per aumentare entrate e trasparenza. Tuttavia, questa integrazione nasconde rischi concreti: quando la registrazione digitale viene percepita come un meccanismo di controllo, l’adozione cala drasticamente. In Zambia gran parte della popolazione lavora fuori dai registri ufficiali e la fiducia nelle istituzioni rimane fragile; per questo motivo è essenziale valutare non solo l’efficienza tecnica ma anche le conseguenze sociali di una mossa del genere.
Perché la fiducia è il nodo centrale
Qualsiasi programma di identità digitale funziona se le persone lo considerano uno strumento di accesso, non una trappola. La letteratura sul tema evidenzia che la protezione della privacy e la governance dei dati sono determinanti. Quando i dati personali circolano fra agenzie, in particolare per scopi fiscali, la percezione pubblica tende a trasformare il sistema in uno strumento di sorveglianza. Questo fenomeno è stato osservato in diversi Paesi africani dove, nonostante investimenti e infrastrutture, i timori su uso improprio dei dati hanno rallentato l’adozione.
La percezione come sorveglianza
Per molti cittadini il punto di svolta è la correlazione tra registrazione e obbligo fiscale: il messaggio implicito «ti troviamo per tassarti» genera rifiuto. In Zambia circa il 71% della forza lavoro opera nell’economia informale, una scelta spesso razionale per evitare costi e rischi legati alla formalizzazione. Aggiungere un collegamento diretto tra INRIS e autorità fiscali, senza garanzie di trasparenza, rischia di indurre un comportamento di evitamento che annulla i benefici attesi in termini di gettito.
L’impatto sull’economia informale e sull’inclusione
L’ampia quota di attività informali non è un’anomalia casuale: è il risultato di rapporti costo-beneficio tra cittadini e Stato. Quando la formalizzazione non produce servizi tangibili, per molte persone l’iscrizione a strumenti ufficiali appare svantaggiosa. In Zambia l’economia informale contribuisce a circa il 40% del PIL; qualsiasi politica che ne scoraggi l’inclusione digitale può avere effetti contrari all’obiettivo di ampliamento della base fiscale e di accesso ai servizi.
Barriere digitali e disparità
Le condizioni infrastrutturali amplificano i rischi: l’utilizzo di internet in Zambia è stimato intorno al 25% (11% nelle aree rurali), e la alfabetizzazione digitale rimane bassa. Queste limitazioni colpiscono in modo sproporzionato donne, giovani e residenti rurali, che diventano i più vulnerabili all’esclusione. Anche sistemi fiscali digitali obbligatori in altri contesti hanno mostrato come l’adozione forzata si traduca in disparità di accesso e in un aumento della marginalizzazione di gruppi già svantaggiati.
Lezioni regionali e alternative praticabili
I casi di Ghana, Uganda, Nigeria e Kenya, spesso citati come esempi, evidenziano percorsi irregolari: all’iniziale entusiasmo sono seguiti scetticismo e preoccupazioni su gestione dei dati. In Uganda la condivisione tra anagrafe e fisco ha funzionato ma il sistema si è trovato vincolato a fornitori esterni, limitando scala e interoperabilità. In Etiopia grandi investimenti digitali non hanno sempre prodotto copertura diffusa: l’accesso e la fiducia restano determinanti. Anche l’esperienza indiana con Aadhaar mostra come il ricorso massiccio all’identità digitale possa sollevare contestazioni legali e timori di mission creep.
Una strategia alternativa: sequenza e garanzie
Non si tratta di rinunciare a INRIS o alla mobilitazione delle risorse interne, ma di scegliere una sequenza diversa: prima costruire fiducia offrendo benefici tangibili ai cittadini — accesso semplificato a servizi sanitari, bancari e trasferimenti sociali — poi considerare integrazioni con sistemi fiscali. È fondamentale adottare prima solide regole di data governance, trasparenza e protezione dei dati, come indicato nelle migliori pratiche per le trasformazioni digitali. In Zambia la National Digital Transformation Strategy (2026-2027) identifica l’identità digitale come abilitatore; ora la sfida è non compromettere gli obiettivi di inclusione privilegiando misure di breve termine focalizzate sulla fiscalità.

