L’Università dell’Insubria ha conferito ad Andrea Carcano la laurea honoris causa in Global Entrepreneurship and Management il 16, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico al Teatro Sociale di Como. Il riconoscimento non è stato solo un omaggio personale: ha acceso un dibattito su quanto l’Italia sia pronta a trasformare la ricerca di avanguardia in imprese competitive su scala globale, specie nel settore deep tech.
Dal laboratorio alla startup: storie che parlano chiaro Carcano e Moreno Carullo (fondatore di Nozomi Networks) sono citati come esempi di come competenze tecniche maturate in ambito accademico possano diventare basi solide per imprese di successo. Nella sua lectio magistralis, Carcano ha ricostruito il percorso che porta dall’articolo scientifico al prodotto vendibile, mettendo in luce scelte strategiche, rischi e trade-off necessari per crescere sui mercati internazionali. Spesso questo cammino passa per la Silicon Valley, non tanto per un sogno esotico, quanto per la presenza di capitali pazienti, network di investitori e infrastrutture che favoriscono la scalabilità.
Capitale e infrastrutture: il collo di bottiglia Una lezione ricorrente emersa dalla cerimonia è che le imprese deep tech hanno bisogno di tempo, risorse e strutture complesse: laboratori avanzati, ecosistemi di testing, e forme di finanziamento che non puntino al rendimento immediato. In Italia queste componenti esistono a sprazzi, ma spesso non sono coordinate né sufficienti a trattenere i progetti migliori. Per questo molte realtà cercano capitali e centri di competenza all’estero, dove il rischio è meglio distribuito e il mercato è più reattivo.
Dai prototipi ai clienti: vantaggi e costi del trasferimento Il trasferimento di parte delle operazioni in Usa ha permesso a molte startup di accelerare il go-to-market, testare soluzioni su scala e attrarre round significativi. Nel caso citato, dopo un primo milione raccolto in Europa, la maggior parte dei finanziamenti — per circa 250 milioni di dollari complessivi — è arrivata da investitori statunitensi, fino all’acquisizione da parte di Mitsubishi Electric che ha riconosciuto un valore nell’ordine del miliardo di dollari. Questo percorso dimostra come qualità tecnica e inserimento in ecosistemi forti possano creare valore, ma lascia sul tavolo questioni di governance, controllo strategico e dispersione di competenze sul territorio nazionale.
Cosa chiede il sistema-paese Il caso Carcano porta alla luce alcune carenze sistemiche: una rete finanziaria poco attrezzata per investimenti pazienti, scarsi collegamenti internazionali e una cultura che ancora fatica ad accettare l’idea che il rischio sia una componente necessaria dell’innovazione. Non si tratta di assenza di talento — università e centri di ricerca italiani producono idee e brevetti — ma di mancanza di percorsi strutturati che trasformino quei risultati in imprese sostenibili. I tavoli istituzionali (regionali e nazionali) sono chiamati a costruire strumenti che mettano in collegamento ricerca, mercato e finanziamento, favorendo partnership estere quando servono ma anche cercando di trattenere valore e competenze in Italia.
Formazione, resilienza e cultura imprenditoriale Un altro tema al centro della lectio è stato il ruolo della mentalità: Carcano ha raccontato come la scelta di “scommettere tutto” su una visione — rinunciando spesso a un comodo piano B — sia stata decisa anche dopo domande dirette di investitori americani. Questo approccio premia determinazione e concentrazione, ma comporta anche maggiori pressioni sui team fondatori e un rischio di fallimento più concentrato. Per mitigarne gli effetti servono programmi formativi che insegnino gestione del rischio, resilienza e capacità manageriali, oltre a strumenti finanziari che offrano reti di supporto durante le fasi critiche.
Il valore delle persone e delle reti A emergere con forza è anche l’importanza del capitale umano: team coesi, mentor, partner industriali e primi collaboratori sono spesso determinanti tanto quanto la tecnologia stessa. Le reti professionali amplificano risorse e credibilità, facilitano l’accesso a investimenti e clienti e sono fondamentali per il trasferimento tecnologico. Per questo le università devono diventare snodi attivi, promuovendo incubazione, matching tra ricercatori e investitori e servizi che aiutino le startup a passare dal prototipo al mercato.
Verso politiche più efficaci Il riconoscimento a Carcano suona come un appello: esistono competenze e casi di successo, ma senza una cultura del rischio, infrastrutture adeguate e canali di finanziamento mirati, l’ecosistema italiano perderà pezzi importanti. Le istituzioni pubbliche e gli investitori privati hanno il compito di coordinare misure che favoriscano percorsi di finanziamento pazienti, partnership internazionali e formazione specialistica, così da creare condizioni in cui la ricerca possa tradursi in imprese che restino e crescano nel Paese.
Nei prossimi mesi i tavoli istituzionali proseguiranno il confronto su investimenti e politiche formative: saranno scelte pratiche — non slogan — a decidere se l’Italia saprà trattenere e valorizzare il valore generato nei suoi laboratori.

