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La recente pubblicazione delle allocazioni di ODA da parte del FCDO ha lasciato il settore internazionale dell’aiuto con molte domande aperte. Dopo l’annuncio della riduzione dello 0,5% allo 0,3% del reddito nazionale lordo entro il 2027/28, la diffusione delle cifre per il periodo 2026–2029 è stata accolta con una reazione relativamente contenuta, ma con implicazioni potenzialmente profonde per la protezione delle comunità. Questo articolo ricostruisce le preoccupazioni principali espresse dalle ONG e i possibili effetti operativi su pratica e cultura del safeguarding.
Perché il safeguarding era considerato un punto di forza
Per anni il Regno Unito è stato visto come un attore che ha promosso standard di protezione nel settore dell’aiuto, in particolare dopo il Safeguarding Summit 2018. Quegli sforzi hanno contribuito ad aumentare la fiducia delle vittime e dei testimoni nel denunciare abusi, creando un ambiente in cui i casi venivano presi in carico e gestiti in modo più trasparente. Bond ha documentato un incremento delle segnalazioni e, nel 2026, i suoi membri hanno registrato un aumento del 58% di iniziative che hanno supportato concretamente i sopravvissuti, segno che l’investimento sistemico nel safeguarding produce risultati pratici.
Il valore delle risorse dedicate
Il consolidamento di pratiche comuni e la disponibilità di risorse tecniche hanno permesso di sviluppare strumenti, formazione e reti di supporto. Molti programmi si sono affidati a piattaforme condivise come il Resource and Support Hub e a iniziative di settore coordinate, che hanno agito come molle per migliorare la qualità degli interventi. Se queste componenti vengono ridimensionate, la capacità di mantenere standard coerenti e di rispondere alle denunce rischia di indebolirsi, con impatti diretti sulle comunità beneficiarie.
Tagli e conseguenze operative
Le ONG osservano con preoccupazione che la nuova allocazione definisce una riduzione «disproportionate» delle risorse per il safeguarding. Tra i dati rilevati da Bond, il 40% delle organizzazioni intervistate nel 2026 ha dichiarato di disporre di meno di un posto a tempo pieno dedicato al safeguarding, un segnale di erosione delle capacità interne. In molte strutture chi resta in ruolo sta assorbendo altri compiti, come la sicurezza o la compliance, riducendo il tempo disponibile per azioni preventive, formazione e gestione dei casi.
Effetti pratici sulle comunità
La diminuzione delle risorse porta a scelte difficili: meno personale dedicato significa meno supervisione, meno monitoraggio e una minore capacità di offrire servizi di supporto ai sopravvissuti. Inoltre, la chiusura di canali di finanziamento collegati a partner storici, citata da alcune ONG, aggrava la situazione operativa e aumenta l’incertezza su quali interventi verranno mantenuti nel tempo.
Incertezze politiche e strumenti in bilico
Esistono però percorsi e strumenti nati proprio con l’obiettivo di ridurre la frammentazione degli sforzi: la nascita di CAPSEAH e l’impegno verso pratiche di passporting con HQAI miravano a creare un linguaggio e processi comuni per prevenire SEAH (sfruttamento sessuale, abusi e molestie). La valutazione di impatto sull’uguaglianza allegata alle allocazioni sostiene che, nel complesso, le decisioni non genereranno impatti sproporzionati sulle categorie protette, ma avverte anche che «la maggior parte delle decisioni sui singoli programmi deve ancora essere presa», lasciando spazio a dubbi operativi e strategici.
Rischi per la cultura organizzativa
Una riduzione delle priorità finanziarie può avere un effetto a cascata: se il FCDO non mette il safeguarding al centro, viene meno anche lo stimolo per altri donatori a mantenere standard elevati. Le ONG temono che ciò possa riportare il settore verso un approccio reattivo, anziché preventivo, con il rischio di una crisi reputazionale simile a quella del 2018 se non verranno messe in atto misure di mitigazione chiare e tempestive.
Richieste e raccomandazioni delle ONG
Bond e le sue organizzazioni membri chiedono chiarezza sulle linee di finanziamento e un impegno esplicito per mantenere budget destinati al safeguarding nei progetti approvati. Le richieste includono il consolidamento dei meccanismi di passporting per semplificare la due diligence, il sostegno continuativo a piattaforme di condivisione delle migliori pratiche e la garanzia che le decisioni ministeriali tengano in considerazione gli impatti di genere e sulla protezione delle persone più vulnerabili.
In assenza di risposte concrete, il settore rischia di perdere un capitale costruito negli ultimi anni: competenze, fiducia delle comunità e strumenti condivisi. La sfida ora è far sì che la riorganizzazione delle risorse non si traduca in un arretramento della protezione, ma diventi invece l’occasione per ridefinire modalità più efficaci e sostenibili di investimento nella sicurezza e nella dignità delle persone assistite dagli aiuti internazionali.

