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Il settore aerospaziale sta vivendo una trasformazione che va oltre le mode: flussi di capitale in crescita e nuove tecnologie stanno rimodellando il mercato. Questo articolo riassume i principali risultati emersi dall’analisi dell’Osservatorio Space Economy del Politecnico di Milano, mettendo a confronto dati aggregati, criteri metodologici e le implicazioni per l’Italia.
Affronteremo le distorsioni generate da operazioni straordinarie, la distribuzione geografica degli investimenti, i segmenti tecnologici che attraggono più capitale e le misure che possono ridurre la frammentazione europea. Nel testo troverete inoltre un focus sull’ecosistema italiano, dai nomi di riferimento alle strutture di supporto come acceleratori e startup studio.
I numeri globali e le distorsioni del mercato
Nel complesso, i dati aggregati per il 2026 mostrano un volume di investimenti superiore ai 9 miliardi di euro, con un incremento del 69% rispetto al 2026. Tuttavia, questi importi sono condizionati da poche operazioni eccezionali: nel 2026 il caso statunitense World View ha pesato con una raccolta record di 2,3 miliardi di euro. Analoga anomalia si era vista nel 2026 con le SPAC e nel 2026 con l’integrazione Eutelsat-OneWeb. Al netto di tali eventi, gli esperti stimano che il valore strutturale annuo della New Space Economy si collochi nella forchetta di 5-7 miliardi di euro.
Metodo e criteri di inclusione
La ricerca utilizza criteri rigorosi: il perimetro include solo imprese nate dal 2008 in avanti, anno scelto come spartiacque per la New Space Economy in relazione al primo lancio privato di successo di SpaceX. Vengono esclusi esperimenti storici privi di finalità commerciale, come i CubeSat del 1999, e le aziende multi-verticali il cui capitale non è allocabile con precisione alle attività spaziali. Un esempio citato è Caracol, che ha raccolto 40 milioni di euro nel 2026 ma opera anche in altri settori: per evitare il rischio di double counting è esclusa dal database.
Finanziamenti: perché contano solo i round di equity
Lo studio prende in considerazione esclusivamente i round di equity, escludendo il debito. La motivazione è pratica e strategica: in un settore deep-tech la misura della fiducia degli investitori è rappresentata dal capitale di rischio. Come osservato dagli analisti, il finanziamento in debito è una transazione commerciale diversa, basata su interessi, non su scommesse di lungo periodo sulla tecnologia. Per molte imprese spaziali, inoltre, le tappe di crescita passano per IPO e M&A che consentono di raccogliere risorse prima della piena maturità operativa.
Settori che attirano capitale
La distribuzione dei fondi evidenzia una preferenza per i segmenti capital intensive: produzione di lanciatori e manifattura satellitare assorbono la maggior parte delle risorse, mentre le applicazioni digitali a valle ricevono meno investimenti. Questa dinamica spiega la polarizzazione geografica dei capitali: il Nord America mantiene la leadership, seguito dall’Asia e quindi dall’Europa, che nel 2026 ha totalizzato circa 1,25 miliardi di euro di investimenti.
Il caso europeo e la posizione italiana
La classifica dei grandi round del 2026 conferma una forte concentrazione geografica: tra i primi dieci round, solo uno è europeo, il round da 200 milioni di euro della finlandese ICEYE. Per l’Italia la situazione è complessa: le startup e le scaleup italiane hanno raccolto complessivamente 25 milioni di euro nel 2026. Il confronto con il 2026, anno in cui il totale era di 176 milioni, è influenzato dal fatto che nel 2026 un singolo round di 150 milioni di D-Orbit spiegava gran parte della cifra.
Struttura dell’ecosistema nazionale
La principale differenza tra l’Italia e altri Paesi europei risiede nel numero di scaleup di grande taglia: mentre Germania, Francia, Spagna e Regno Unito contano tre o quattro realtà rilevanti, l’Italia dispone sostanzialmente di una sola scaleup di rilievo che possa attrarre round consistenti in modo continuativo. Questa scarsità di grandi players limita i flussi di capitale stabili verso il Paese e obbliga molte startup ad accelerare l’internazionalizzazione.
Strumenti di crescita e prospettive
Tra le opportunità indicate dagli analisti ci sono la progressiva integrazione tra usi civili e militari, definita come approccio duale, che può aprire contratti industriali significativi per aziende come Planet o BlackSky. Sul versante regolatorio, la Commissione Europea ha annunciato uno strumento noto come 28° regime, previsto per metà giugno, che dovrebbe consentire a una startup di operare in tutti i Paesi dell’Unione senza barriere nazionali, riducendo la frammentazione del mercato.
Per l’ecosistema italiano le leve d’intervento passano anche dagli acceleratori e dagli startup studio, che forniscono mentoring, risorse e validazione di mercato. Tra gli accelerator citati ci sono la Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture capital, Cariplo Factory, H-Farm, Luiss Enlabs e Plug & Play; tra gli startup studio figurano Mamazen, Startup Bakery, Vento, Nana Bianca e FoolFarm.
Infine, il Corporate Venture Capital (CVC) emerge come strumento strategico: oltre al rendimento finanziario, il CVC dovrebbe funzionare come sensore per l’innovazione interna alle grandi imprese, anche se il rischio è costruire portafogli poco integrati nel percorso industriale.
Le startup italiane promettenti citate nei rapporti includono nomi come AI.TECH, AndromedAI, Serenis (che ha chiuso un round da 12 milioni), AmaliaCare, Maxi Mobility, Lexroom, TextYess, Pack e J4ENERGY. Per approfondire gli scenari di investimento è disponibile un’intervista a Raffaele Mauro, general partner di Primo Space, che offre spunti operativi per chi investe o costruisce imprese nel settore.
Conclusione: la space economy mostra opportunità significative ma rimane soggetta a forti asimmetrie territoriali e di segmento. Per l’Italia la sfida è crescere in numero e dimensione delle scaleup, sfruttare strumenti regolatori come il 28° regime e rafforzare gli strumenti di finanziamento per trasformare idee in imprese sostenibili.

