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5 Giugno 2026

Centro Re.Te. a Milano: un luogo di cura per il disagio giovanile

Il Centro Re.Te. a Milano, promosso dalla Fondazione Carolina, offre uno spazio fisico per giovani in difficoltà e per le loro famiglie: un approccio che combina psicologia ed educazione per trasformare il collegamento digitale in connessione umana.

Centro Re.Te. a Milano: un luogo di cura per il disagio giovanile

Il Centro Re.Te. di Milano ha da poco celebrato il primo anno di attività. Nato dall’esperienza della Fondazione Carolinail Centro è stato pensato per rispondere a una domanda concreta: offrire un luogo fisico di cura per giovani e famiglie che affrontano forme di disagio legate anche al mondo digitale. Alla guida operativa del progetto c’è Ivano Zoppiche sintetizza la missione con una frase chiave: custodire l’umano.

Perché è nato il Centro Re.Te. a Milano

La pratica di prevenzione e formazione della Fondazione Carolina — che già opera nelle scuole e con genitori e insegnanti — evidenziava un vuoto: quando la sensibilizzazione non basta, serve un punto di riferimento immediato. Le segnalazioni arrivate da tutta Italia e i volti dei genitori che chiedevano aiuto hanno spinto alla creazione di uno spazio con una porta aperta e una voce che risponde. Il Centro Re.Te. è stato inaugurato per garantire un intervento «a valle»: un percorso di recupero terapeutico dedicato ai disagi giovanili che richiedono intensità, continuità e personalizzazione.

Chi si rivolge al Centro e quali problemi emergono

Il Centro accoglie adolescenti e giovani di età compresa tra gli 11 e i 21 anni. Molti non rientrano in diagnosi tradizionali ma vivono una zona grigia fatta di ritiro socialeuso problematico di internet e videogiochiansia e isolamento. Il digitale è spesso al centro della scena: più come spia di una sofferenza che come causa unica. Da qui la necessità di non limitare l’intervento alla persona senza considerare il contesto relazionale e territoriale.

La prospettiva del collegamento e della connessione

Al Centro si distingue il collegamento — il fatto tecnico di essere connessi con una linea — dalla connessioneintesa come relazione autentica: recuperare questa differenza diventa pratica terapeutica. Molti giovani sono iperconnessi ma soli, con migliaia di contatti e nessuno a cui raccontare come stanno davvero. L’obiettivo terapeutico è tornare a riconoscere le relazioni come risorsa, non solo come fonte di rischio.

Metodo integrato: psicologia, educazione e rete territoriale

Il modello del Centro Re.Te. unisce psicologia ed educazione come dimensioni inseparabili: un intervento educativo è già terapeutico, e ogni lavoro psicologico comprende un aspetto educativo. Gli operatori — psicologi ed educatori — costruiscono progetti condivisi con ragazzi e famiglie, accettando l’incertezza come parte integrante della cura. Il Centro parla di ecosistema terapeuticoperché lavora contemporaneamente sulla persona e sulle relazioni che la circondano: gruppo dei pari, gruppo mensile per i genitori, collaborazioni con i servizi pubblici e attività sul territorio sono tutti elementi costitutivi del percorso.

Ruolo della famiglia nei percorsi di cura

Nel Centro si riconosce che quando un ragazzo sta male tutta la famiglia soffre. Per questo il gruppo dei genitori è considerato uno strumento terapeutico potente e imprescindibile: accogliere senza giudizio, offrire spazio per condividere e imparare modalità di accompagnamento efficaci. L’educazione che cura è praticata quotidianamente attraverso piccoli traguardi e routine ripensate insieme a ragazze e ragazzi.

Risultati del primo anno e lezioni apprese

Nel corso dei dodici mesi di attività il Centro ha accolto 55 personetra giovani e preadolescenti. L’attesa media dalla prima richiesta al primo appuntamento è stata di pochi giorni, circa una settimana. L’80% dei casi presentava condizioni di ansia e sintomi depressivi, mentre circa un terzo era in ritiro o a rischio di abbandono scolastico. In oltre il 70% dei casi il percorso ha mostrato un miglioramento delle condizioni di ingresso già dopo 6-7 mesi.

Questi numeri confermano la solidità del modello e la qualità delle collaborazioni, ma non raccontano tutto: dietro le cifre ci sono storie di ragazzi che ricominciano a guardare gli altri, ragazze che lottano per tornare a scuola, giovani che diventano risorsa per altri. La memoria di casi concreti rimarca che ogni dato corrisponde a una persona e a una rete di relazioni da ascoltare prima ancora che comprendere.

Tra gli insegnamenti raccolti in questo primo anno: l’importanza dell’autenticità e della costanza nella relazione con i giovani, l’accoglienza non giudicante delle famiglie, e il valore del territorio come alleato del percorso di cura. Il Centro integra l’azione del servizio sanitario, offrendo ciò che talvolta manca: intensità, continuità e personalizzazione dell’intervento.

Il lascito simbolico che ha ispirato il progetto rimane presente: il messaggio lasciato da Carolina Picchio nel gennaio 2013 — «Le parole fanno più male delle botte» — e l’impegno civile raccolto da suo padre Paolo nella creazione della Fondazione Carolina, trovano ora un completamento pratico in uno spazio dove i ragazzi e le famiglie possono trovare cura e ascolto.

Autore

Linda Pellegrini

Linda Pellegrini ha raccontato da Genova il processo di riconversione dell'ex area portuale entrando in Comune per un'intervista decisiva; è caporedattore con responsabilità sulle rubriche storiche e propone in redazione inchieste su memoria locale. Laureata all'Università di Genova, conserva un archivio di fotografie d'epoca della città.