Il tessuto imprenditoriale italiano è di fronte a una sfida cruciale: il passaggio generazionale. Mentre molti imprenditori si avvicinano all’età della pensione, la mancanza di giovani pronti a subentrare sta mettendo a rischio la continuità di numerose attività. Questo fenomeno, noto come imprese senza ricambio è particolarmente evidente nel Piceno, dove il 14,2% dei titolari di imprese individuali ha almeno 70 anni.
La situazione è complessa e richiede un’analisi approfondita per comprendere le dinamiche in gioco e le possibili soluzioni. In questo articolo, esploreremo i dati più recenti, le sfide specifiche delle imprese familiari e le strategie per garantire un passaggio generazionale di successo.
L’invecchiamento degli imprenditori: un fenomeno in crescita
A livello nazionale, a giugno 2025, i titolari di imprese individuali con almeno 70 anni erano 314.824, pari al 10,7% del totale. Dieci anni prima, nel 2015, erano 290.328, l’8,9%. Questo aumento di quasi 25.000 unità è significativo, soprattutto se consideriamo che, nello stesso periodo, il numero complessivo dei titolari individuali è diminuito.
Nel Piceno, la situazione è ancora più critica. Tra il 2015 e il 2026, il numero di imprenditori over 70 è diminuito di 501 unità, passando da 1.970 a 1.469. Tuttavia, la riduzione del numero di imprese giovanili è ancora più preoccupante. Nel Piceno, i giovani tra i 20 e i 39 anni sono diminuiti di 6.406 unità, con una flessione del 13,5%, più accentuata rispetto alla media nazionale.
Le imprese familiari e la sfida del passaggio generazionale
Le imprese familiari rappresentano una parte significativa del tessuto produttivo italiano. Secondo un report di Deloitte Private, un terzo delle imprese familiari intervistate sta affrontando o affronterà il passaggio di leadership nei prossimi dieci anni. Tuttavia, meno della metà di queste imprese dichiara di avere un piano di successione dettagliato.
In Italia, la maggior parte dei ruoli di amministratore delegato rimane saldamente in mano alla famiglia proprietaria. A differenza del trend globale, che vede raddoppiare il ricorso a manager esterni, in Italia la fiducia nella leadership familiare rimane prevalente. Questo modello richiede un investimento deciso nella preparazione delle nuove generazioni, affinché i futuri leader siano realmente pronti a raccogliere il testimone.
Le sfide specifiche delle imprese familiari italiane
Le sfide della successione non sono uguali in Italia e nel resto del mondo. A livello globale, il principale ostacolo è la mancanza di successori qualificati, seguito dalla riluttanza dei leader attuali a cedere il controllo. In Italia, invece, le principali barriere sono: l’incertezza sulla direzione futura dell’azienda, la resistenza ad assumere manager esterni, la mancanza di un piano di successione definito e una preparazione della nuova generazione ancora insufficiente.
Per preparare il passaggio generazionale, le imprese intervistate da Deloitte Private ricorrono principalmente a quattro leve formative: l’affiancamento diretto alla leadership, l’assegnazione di ruoli formali con responsabilità e valutazione delle performance, le discussioni formali sulla pianificazione strategica aziendale e il coinvolgimento nelle relazioni esterne con fornitori, distributori e partner commerciali.
Le conseguenze della mancanza di ricambio generazionale
La chiusura di un’impresa che non trova qualcuno disposto a continuarla comporta la dispersione di competenze, professionalità, relazioni con clienti e fornitori, un patrimonio costruito in decenni di lavoro. Questo fenomeno è particolarmente evidente nei settori tradizionali, dove la sostituzione richiede tempo e competenze specifiche.
Nel 2025, oltre 160.000 titolari di imprese agricole avevano almeno 70 anni, il 28,3% del totale del comparto. Nel commercio, gli over 70 erano quasi 59.000; nelle costruzioni, oltre 19.000; nel manifatturiero, più di 18.000. Nei settori tradizionali, la sostituzione richiede tempo e competenze specifiche che non sempre sono facilmente trasferibili.
La diminuzione delle imprese giovanili colpisce con particolare intensità alcuni comparti radicati nei territori e legati ai servizi quotidiani. Tra il 2014 e il 2024, le costruzioni hanno perso quasi 40.000 imprese giovanili, mentre il commercio ha registrato una flessione del 24%. Questo calo ha un impatto significativo sul tessuto economico locale e sulla disponibilità di servizi essenziali.
Per affrontare questa crisi, è necessario investire ulteriormente nella formazione, creando le condizioni perché sempre più giovani possano conoscere da vicino il mondo dell’impresa e trovare percorsi concreti per entrarvi. Inoltre, è fondamentale rafforzare gli strumenti fiscali e finanziari destinati al passaggio generazionale, sostenere le operazioni di workers buyout e favorire l’ingresso dei giovani nell’imprenditoria.



