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28 Maggio 2026

Perché molte PMI italiane aumentano la spesa digitale ma restano indietro sull’intelligenza artificiale

Una panoramica sui progressi e sulle lacune delle PMI italiane in tema di digitalizzazione: più investimenti infrastrutturali, scarsa propensione all'AI e debolezza nella R&S.

Perché molte PMI italiane aumentano la spesa digitale ma restano indietro sull'intelligenza artificiale

Il sistema delle piccole e medie imprese italiane rappresenta un patrimonio economico e sociale fondamentale: più del 40% del fatturato nazionale e circa il 40% della forza lavoro privata sono generati da queste realtà. Negli ultimi anni si è osservato un aumento degli stanziamenti destinati alla digitalizzazione, soprattutto per colmare ritardi infrastrutturali, ma permangono nodi critici che riguardano l’adozione delle tecnologie dirompenti e la capacità di trasformare l’innovazione in vantaggio competitivo.

Il quadro emergente combina segnali incoraggianti con elementi di forte polarizzazione: alcune imprese corrono e riprogettano processi e competenze, altre esitano e mantengono il digitale ai margini della strategia. In questo articolo si sintetizzano i dati principali e si esplorano le implicazioni su competitività, ricerca e sviluppo e formazione.

Trend degli investimenti digitali

Negli ultimi periodi oltre una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale, ma la distribuzione degli investimenti è molto disomogenea: il 24% investe in modo esteso su tutte le aree aziendali, il 27% sceglie interventi mirati nelle priorità strategiche, mentre esistono segmenti significativi che investono poco o nulla. Tra le ragioni dell’immobilismo emergono la percezione che il digitale sia marginale nel settore (22%), la convinzione che i costi superino i benefici (9%), la mancanza di comprensione degli impatti (4%) e il rifiuto totale dell’investimento (14%). Le aree più digitalizzate sono amministrazione, finanza e controllo, marketing e vendite, produzione e progettazione; in ritardo rimangono le risorse umane e i processi di innovazione.

Infrastrutture e tecnologie emergenti

Gran parte delle risorse recenti è destinata a colmare ritardi infrastrutturali: il 56% delle PMI ha investito nel Cloud nel triennio 2026-2026, con una previsione che porta la quota al 91% nel periodo 2026-2028. Al contrario, le tecnologie di frontiera restano largamente estranee: il 91% delle imprese non ha sostenuto spese né prevede investimenti per blockchain, realtà aumentata, realtà virtuale e quantum computing. Questa scelta riflette una strategia di priorità su infrastrutture consolidate piuttosto che su sperimentazione dirompente.

Ricerca e sviluppo: lacune e barriere

La propensione alla R&S nelle PMI resta debole: il 47% non ha svolto attività di ricerca negli ultimi tre anni, mentre solo il 15% dichiara di farla in modo sistematico. La tutela della proprietà intellettuale è limitata, con meno di due imprese su dieci che hanno depositato brevetti o registrato marchi. Più di una PMI su tre non ha introdotto alcuna forma di innovazione nel triennio, e tra chi innova prevale l’innovazione di processo rispetto a prodotto e servizio; appena il 10% ha lavorato contemporaneamente su tutte e tre le dimensioni.

Ostacoli e relazioni esterne

I principali freni sono interni: competizione con altre priorità aziendali e scarsità di risorse finanziarie e umane. Solo il 27% delle imprese afferma di non avere incontrato ostacoli nella propria attività innovativa. Anche l’apertura all’ecosistema è limitata: circa un terzo delle PMI ha avviato collaborazioni per la R&S negli ultimi tre anni, mentre il 55% non lo ha fatto e non prevede di farlo. Soggetti come startup, hub di innovazione e piattaforme di open innovation sono partner rari, con tassi di collaborazione inferiori al 5%.

Il modello delle PMI innovative e le competenze

Un gruppo di riferimento è rappresentato dalle PMI innovative: oltre 3.100 realtà secondo i dati del Registro Imprese aggiornati a febbraio 2026. Queste imprese mostrano pratiche più mature: il 49% ha introdotto contemporaneamente innovazioni di processo, prodotto e servizio nell’ultimo triennio, il 42% ha presentato domande di brevetto, l’80% ha assunto personale con dottorato, lauree STEM o diplomi ITS e l’84% collabora attivamente con università e centri di ricerca. Il modello dimostra che innovare è tanto questione di metodo quanto di tecnologia: competenze, protezione della conoscenza e relazioni esterne diventano leve fondamentali.

Formazione e divario sull’AI

La gestione delle competenze rimane un punto critico: solo il 46% delle PMI svolge valutazioni delle competenze e il 40% redige piani formativi periodici, spesso non aggiornati e con monitoraggio dell’efficacia informale. Sul fronte dell’intelligenza artificiale il ritardo è evidente: il 76% delle PMI non ha investito né prevede investimenti nell’AI, e solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione per i collaboratori. Per superare questo divario servono interventi dell’ecosistema—fornitori, istituzioni, università e innovation hub—che traducano la tecnologia in impatti chiari, destinino formazione calibrata e rendano l’innovazione accessibile e sostenibile per le piccole realtà.

Autore

Edoardo Vitali

Edoardo Vitali ha coordinato la copertura della ristrutturazione del mercato ittico di Palermo, sostenendo la linea editoriale sulla trasparenza fiscale. Capo redattore economia, porta in redazione un tratto pragmatico e un dettaglio personale: conserva ancora taccuini degli incontri in Sala delle Lapidi.