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L’associazione degli internet provider, Aiip, ha sollevato una forte protesta nei confronti dell’applicazione del canone unico patrimoniale (Cup) su scala nazionale, segnalando che molte richieste di pagamento sono rivolte a imprese che non occupano materialmente il suolo pubblico. Secondo l’associazione, la problematica nasce da un fraintendimento tecnico: numerosi operatori commerciali comprano capacità di rete e la rivendono senza mai avere cavi propri nel sottosuolo, ma vengono comunque coinvolti nelle procedure di riscossione.
Il cuore della questione, spiega Aiip, è la necessità di distinguere tra chi esercita un controllo diretto sulle infrastrutture fisiche e chi fornisce connettività come servizio. Per questo motivo l’associazione chiede interventi chiarificatori da parte delle autorità competenti, evidenziando che l’applicazione indistinta del Cup rischia di trasformarsi in una vera e propria pesca a strascico fiscale a danno dei piccoli operatori.
L’origine della controversia
Le reti in fibra installate sotto le strade italiane sono realizzate e gestite da grandi operatori di rete come FiberCop e Open Fiber, che ricevono dai Comuni specifiche concessioni per l’occupazione del suolo. Il canone unico patrimoniale nasce proprio come corrispettivo per questa concessione: in teoria chi ha cavi fisici nel sottosuolo paga, chi non li possiede non dovrebbe essere soggetto al tributo. Il problema segnalato da Aiip è che, nella pratica, molti enti locali non operano questa distinzione e inviano richieste a centinaia di realtà commerciali che non svolgono attività materiale sul territorio.
La distinzione che fa la differenza
Secondo l’associazione la discriminante tecnica è la differenza tra servizio passivo e servizio attivo. Per Aiip, rientra nel servizio passivo chi posa cavi, inserisce fili in minitubi del concessionario o esercita un controllo diretto sulle infrastrutture: in questi casi l’occupazione è effettiva e il Cup può essere dovuto. Al contrario, chi acquista accesso alla fibra da un operatore di rete per rivenderlo ai clienti finali agisce con un modello commerciale virtuale e non materialmente sul territorio, pertanto non dovrebbe essere assoggettato al canone.
Conseguenze economiche e giudiziarie
La controversia non è solo teorica: a livello giudiziario la tendenza dei tribunali sembra dare ragione agli operatori virtuali. Aiip ricorda che sono già oltre 30 le sentenze favorevoli agli attori che vendono connettività senza infrastrutture proprie, con pronunce diffuse su tutto il territorio nazionale, compresa la Corte d’Appello di Venezia. Nonostante questo, le richieste di pagamento proseguono, creando un contenzioso capillare e scenari di grande impatto economico per le imprese coinvolte.
Esempi numerici e paradossi
I numeri portati dall’associazione rendono evidente la scala del problema: un piccolo fornitore privo di cavi potrebbe ritrovarsi a dover pagare circa 950 euro per ciascuno dei 7.894 Comuni italiani, con un esborso teorico superiore ai 7,5 milioni di euro all’anno per un singolo operatore su tutto il territorio. Inoltre, il mercato della connettività si regge su centinaia di rivenditori che comprano accesso da chi ha realizzato la rete; se questi soggetti fossero esclusi, il rischio sarebbe la concentrazione del mercato e l’aumento dei prezzi per i consumatori.
Impatto occupazionale e spreco di risorse
Oltre all’effetto sulla concorrenza, Aiip stima conseguenze occupazionali significative: tra 6.000 e 20.000 posti di lavoro potrebbero essere a rischio se la riscossione irragionevole del Cup dovesse continuare. Sul fronte delle cause, con circa 500 fornitori di servizi, di cui almeno 450 esclusivamente virtuali, e una media ipotetica di accertamenti in 250 Comuni ciascuno, le controversie potenziali salirebbero fino a circa 112.500, con un costo stimato superiore a un miliardo di euro. A questo si aggiungono oltre 500 milioni di euro già iscritti nei bilanci comunali come entrate che, secondo Aiip, non sarebbero dovute.
Le richieste formali e le azioni pratiche di Aiip
Di fronte a questo quadro Aiip ha chiesto al Mimit di emanare con urgenza una circolare esplicativa rivolta a tutti i Comuni e agli enti che gestiscono la riscossione del Cup, chiarendo chi debba effettivamente pagare. L’associazione invoca anche la chiusura del Tavolo Mimit–Mef istituito per definire il quadro regolatorio, perché bastano poche righe interpretative per fermare uno spreco stimato in miliardi e tutelare il tessuto delle PMI digitali.
Iniziative di supporto agli operatori
Per assistere gli associati, Aiip ha attivato uno sportello legale dedicato e lanciato il portale cup.aiip.it, pensato come punto di riferimento per Comuni, imprese, cittadini e professionisti del diritto. Figure come Giuliano Peritore e Gilberto Di Maccio hanno ribadito la disponibilità dell’associazione a collaborare con il Ministero competente per trovare una soluzione rapida e condivisa, evitando così che la confusione normativa danneggi la concorrenza e l’innovazione nel settore delle telecomunicazioni.

