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Negli ultimi anni il concetto di D2D — ovvero la capacità di collegare direttamente uno smartphone a un satellite senza infrastrutture terrestri — ha alimentato aspettative alte riguardo a una connettività globale istantanea. Un rapporto di Gsma Intelligence mette però chiarezza su ciò che è realisticamente raggiungibile: partendo da scenari estremamente ambiziosi con costellazioni da 15 mila fino a 42 mila satelliti, l’analisi definisce un perimetro operativo ben più contenuto rispetto ai sogni di una sostituzione completa delle reti mobili terrestri.
Il messaggio centrale è semplice ma spesso sottovalutato: il D2D può ampliare la copertura e fornire servizi critici in aree non servite, ma non è in grado di offrire esperienza di banda larga paragonabile al 4G o al 5G nella maggior parte dei contesti. Le ragioni sono tanto fisiche quanto economiche: limiti di spettro, dimensioni dei fasci di copertura e la perdita di segnale nello spazio riducono drasticamente la capacità utile per singolo utente.
Vincoli tecnici che definiscono il ruolo del D2D
La fisica impone confini netti: un collegamento tra uno smartphone e un satellite in orbita bassa deve affrontare la free space path loss, ovvero una perdita di potenza che cresce con la distanza. A quote tipiche di LEO la perdita può essere dell’ordine di centinaia di migliaia di volte rispetto a un collegamento con una cella a terra, obbligando i sistemi satellitari a fare compromessi tra potenza, antenna e durata della batteria degli utenti. Lo spettro disponibile è un’altra variabile critica: le offerte commerciali oggi spesso si basano su 10 MHz (tipicamente 2×5 MHz), adatte a funzionalità di messaggistica o SOS, mentre scenari teorici ipotizzano fino a 1.100 MHz di spettro Imt o 140 MHz di spettro satellitare; tuttavia tali configurazioni restano difficili da concretizzare su larga scala.
Dimensione del fascio e condivisione della capacità
Un elemento strutturale è la dimensione del fascio: i sistemi D2D impiegano fasci molto ampi, spesso nell’ordine di 25-50 chilometri di diametro, che coprono centinaia di chilometri quadrati. Questo significa che la capacità trasmessa dal satellite è aggregata e condivisa tra tutti gli utenti presenti nell’area di copertura. Misurazioni di laboratorio e test di operatori mostrano throughput aggregati che possono arrivare da decine a centinaia di megabit al secondo, ma tali valori non si traducono in velocità garantita per il singolo utente quando la popolazione nell’area cresce: in ambiente urbano un fascio può abbracciare oltre un milione di persone, rendendo evidente il divario tra capacità aggregata e esperienza individuale.
Dove il D2D diventa strategico
Nonostante i limiti, il valore pratico del D2D è concreto in contesti ben definiti. Le simulazioni mostrano che con una costellazione di 15 mila satelliti e l’uso di tutte le bande disponibili è possibile offrire un servizio di 2 Mbps a percentuali significative della popolazione nelle aree a bassa densità: oltre il 10% nei territori con densità inferiore a 40 abitanti per km² e più del 20% in contesti sotto i 20 abitanti per km². In queste aree il D2D può fornire funzioni essenziali come comunicazioni di emergenza, messaggistica e navigazione, rappresentando una soluzione economica rispetto all’estensione di infrastrutture terrestri dove il ritorno sugli investimenti sarebbe insufficiente.
Il gap di utilizzo e la complementarità
È importante distinguere tra copertura e uso: oltre il 38% della popolazione mondiale è già sotto copertura mobile ma non sfrutta i servizi digitali, un fenomeno legato a fattori economici e d’alfabetizzazione digitale che il D2D non risolve. Il ruolo realistico della tecnologia è quello di complemento resiliente alle reti terrestri, una forma di backup e un’opzione per scenari in cui la costruzione di nuove celle è proibitiva. In sintesi, il D2D amplia la mappa della connettività ma non la ricolora del tutto.
Implicazioni industriali e geopolitiche per l’Europa
Il tema si intreccia con scelte industriali e di sovranità. A ottobre del 2026 Airbus, Thales e Leonardo hanno firmato un Memorandum of Understanding con l’obiettivo di creare una società unica per consolidare capacità spaziali europee e crescere di scala. La strategia punta sull’industrializzazione LEO, su satelliti modulari e software defined, su elaborazione a bordo e su link ottici tra satelliti, con l’intento di rafforzare la sovranità del dato e di offrire soluzioni end-to-end per clienti istituzionali e corporate.
Regole, antitrust e opportunità locali
L’operazione incontra però la variabile regolatoria: l’UE può approvare con rimedi leggeri, imporre vincoli severi o rallentare il progetto con effetti sul timing operativo (2027/2028 sono ipotesi avanzate dalle parti). Per l’Italia la presenza di Thales Alenia Space Italia su siti come Roma, Torino, L’Aquila e Milano rappresenta una leva industriale importante: il consolidamento può portare portafogli più ampi, spinta alla fabbrica digitale e maggiori opportunità sui servizi. Al contempo sindacati e concorrenti segnalano rischi di concentrazione e di negoziati di governance che potrebbero rallentare l’agenda.
In conclusione, il D2D emerge come una tecnologia a valore circoscritto: utile per estendere la copertura e garantire resilienza in aree remote, ma limitata da vincoli fisici, disponibilità di spettro e condivisione di capacità che ne impediscono l’uso come alternativa general purpose alle reti mobili terrestri. La sfida per l’industria europea è quindi duplice: migliorare le piattaforme e gli standard tecnologici mentre si costruiscono asset industriali e regolatori in grado di sostenere una strategia sovrana e competitiva nello spazio.

