Coaching telefonico per imprenditrici informali: un approccio accessibile

Molte imprenditrici informali non possono usare app o piattaforme: qui si propone un modello di coaching telefonico accessibile che unisce scienze comportamentali e ai

In gran parte dell’Africa subsahariana le donne gestiscono una quota significativa delle attività informali: circa il 58% secondo stime consolidate. Queste imprese — banchi alimentari, chioschi e piccole rivendite — sono nodi fondamentali per i redditi familiari e la resilienza delle comunità. Tuttavia, quando si progettano programmi di formazione e supporto, gli strumenti preferiti dagli operatori spesso presuppongono una disponibilità tecnologica che molte donne non hanno: app per smartphone, piattaforme online e gruppi WhatsApp che richiedono connettività e competenze digitali.

Il risultato è paradossale: non è che il coaching non funzioni, ma che lo strumento scelto per erogarlo esclude gran parte delle destinataria. Le barriere non sono solo culturali o di genere: sono tecniche e strutturali. Per decine di milioni di imprenditrici, un telefono semplice è spesso l’unico device affidabile, e programmi pensati per il mondo connesso non raggiungono chi davvero regge i mercati locali.

Perché la formazione non basta

La ricerca sull’imprenditoria mostra che l’apprendimento teorico incrementa conoscenze ma non sempre si traduce in crescita di ricavi e profitti. Revisioni accademiche rilevano che gli effetti sui guadagni sono variabili e spesso temporanei. Studi classici di McKenzie e Woodruff hanno evidenziato questo scarto tra sapere e fare: molti proprietari di microimprese consolidano competenze, ma faticano a convertirle in risultati economici stabili. Da qui la necessità di ripensare cosa significhi davvero «supportare» un’impresa: non solo trasferire informazioni, ma facilitare l’applicazione concreta delle decisioni nel quotidiano.

Il ruolo dell’azione: personal initiative

Una chiave interpretativa importante viene dal concetto di personal initiative, studiato da Michael Frese, che identifica comportamenti autoavvianti, orientati al futuro e persistenti come predittori di successo. Esperimenti randomizzati pubblicati su riviste internazionali mostrano che training focalizzati su questa attitudine possono produrre aumenti di profitto misurabili: un trial in Togo ha rilevato un aumento del 30% dei profitti in due anni per chi ha seguito un corso su personal initiative, rispetto a effetti molto più contenuti per la formazione convenzionale. La lezione è chiara: servono interventi che costruiscano l’abitudine all’azione, non solo la conoscenza.

La trappola delle ipotesi tecnologiche

Un altro fattore che amplifica l’esclusione è la falsa assunzione che tutti abbiano accesso a internet mobile. Il GSMA Mobile Gender Gap Report 2026 evidenzia che le donne sono globalmente il 14% in meno rispetto agli uomini nell’uso di internet mobile, con un divario che sale al 29% in Africa subsahariana. Di circa 885 milioni di donne ancora offline nel mondo, il 60% vive in Asia meridionale e in Africa subsahariana. Problemi di costo, competenze digitali limitate e preoccupazioni per la sicurezza sono barriere reali: progettare per chi è connesso significa automaticamente lasciare indietro la maggioranza.

Due lacune, una soluzione

Il divario tra sapere e fare e il problema di connettività non sono ostacoli separati, ma elementi dello stesso problema: come offrire un supporto continuo, contestuale e accessibile a chi non può usare le app? La risposta pratica che emerge è semplice nella forma ma potente nell’impatto: supporto telefonico continuo, che raggiunga l’imprenditrice nel momento della decisione, possa suggerire passi concreti e rinforzare l’abitudine ad agire.

Un esperimento pratico a Nairobi

Per testare questa ipotesi, Fortell Impact insieme a Inkomoko, con il supporto della Gates Foundation tramite Shortlist Futures, ha avviato un pilota a Nairobi rivolto a microimprenditrici a basso reddito, molte delle quali rifugiate urbane. Il modello utilizza un agente conversazionale basato su AI raggiungibile tramite un numero di telefono semplice: nessuno smartphone, nessuna connessione dati, nessuna interfaccia che richieda alfabetizzazione digitale elevata. Il sistema non si limita a fornire informazioni, ma guida attraverso decisioni reali su prezzo, gestione dei costi, fidelizzazione dei clienti e flusso di cassa, ponendo domande riflessive, suggerendo passi successivi e ricordando conversazioni precedenti.

L’obiettivo non è sostituire il lavoro umano: il modello di Inkomoko integra formazione, accesso al credito e collegamenti al mercato, e quella base umana resta cruciale. Il potenziale dell’ai conversazionale è invece estendere la copertura del supporto, riempiendo le ore tra le sessioni di consulenza con un aiuto personalizzato, scalabile e a basso costo. I risultati non sono ancora definitivi, ma l’ipotesi poggia su solide evidenze comportamentali e su una lettura realistica delle infrastrutture di comunicazione disponibili per molte donne in Africa orientale.

Per gli operatori del settore la domanda da porsi è semplice ma scomoda: gli investimenti in programmi per le donne raggiungono davvero le beneficiarie dichiarate, o sono progettati per una minoranza tecnologicamente connessa? Se la costruzione dell’abitudine all’azione è la chiave del miglioramento imprenditoriale, allora lo strumento più efficace potrebbe essere il più accessibile: una voce al telefono. Di Talía Jiménez Romero, Head of Partnerships presso Fortell Impact.

Scritto da Federica Bianchi

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