L’intelligenza artificiale è ormai una componente quotidiana nelle imprese europee, ma la semplice presenza di strumenti avanzati non garantisce un miglioramento reale. In Italia, la sfida si sposta da una mera adozione tecnologica a una trasformazione profonda di ruoli, processi e meccanismi decisionali, come evidenziano i responsabili di BCG.
Le disparità nell’adozione dell’AI tra Italia e resto del mondo
Secondo le osservazioni di Roberto Ventura e Elena Lombardo di BCG, il 62% dei dipendenti di prima linea in Italia utilizza regolarmente strumenti basati sull’AI, contro il 74% della media globale. Questo dato conferma che il mercato italiano è più propenso a sperimentare la tecnologia, ma resta indietro rispetto a paesi dove l’adozione è più consolidata.
Uso quotidiano dei dipendenti di prima linea
Il quotidiano impiego di soluzioni AI da parte del personale di prima linea è il primo indicatore di una cultura digitale in crescita. Tuttavia, la differenza del 12 punti percentuali rispetto alla media mondiale mette in luce la necessità di percorsi di upskilling e di una strategia di change management più strutturata.
Il divario tra adozione e trasformazione dei processi
Il report AI at Work 2026 di BCG mostra che in Italia solo il 44% dei lavoratori percepisce un reale cambiamento nelle competenze richieste dal proprio ruolo, a fronte del 60% della media globale e di un eccezionale 96% in India. Questo gap evidenzia che l’adozione dell’AI non si traduce automaticamente in una trasformazione dei processi.
Indicazioni dalla leadership e coerenza operativa
Un altro elemento critico è la mancanza di direttive chiare: in Italia appena il 33% dei dipendenti di prima linea riceve indicazioni dalla leadership sull’uso dell’AI, mentre solo il 28% percepisce coerenza tra le dichiarazioni dei vertici e le azioni concrete dell’organizzazione. Senza una guida esplicita, il tempo guadagnato grazie all’AI rischia di disperdersi senza produrre risultati misurabili.
Change management e ruolo imprescindibile del middle management
Ventura e Lombardo sottolineano che le imprese stanno passando da una fase di “technology adoption” a una di “behavioral change”. Non basta più distribuire licenze: è necessario modificare il modo in cui le persone lavorano, collaborano e prendono decisioni. Il middle management diventa il punto di raccordo tra la strategia dei C-level e l’attuazione sul campo, ridisegnando priorità operative e garantendo che le nuove capacità dell’AI vengano integrate nei workflow.
Tra i KPI più rilevanti emergono non solo licenze attive, ma anche la qualità e frequenza d’uso i processi ridisegnati, il tempo effettivamente liberato e, soprattutto, il valore economico prodotto. Un dato globale indica che il 66% degli utenti di AI risparmiano tempo, ma non ricevono indicazioni su come reinvestirlo, evidenziando l’urgenza di una governance più forte.
Priorità operative per le imprese italiane
Per chi vuole tradurre l’AI in vantaggio competitivo, gli investimenti sono già in crescita: il 1,7% dei ricavi aziendali a livello globale sarà destinato all’AI quest’anno, più del doppio rispetto al 2025. In Europa, il 61% dei CEO ritiene che l’AI genererà valore in futuro, a differenza di Asia (circa 75%) e USA (52%). Le aziende più avanguardiste destinano fino al 60% del budget AI alla riqualificazione della forza lavoro, mentre i “Pragmatist” ne investono solo il 27% e i “Follower” il 24%. Questo approccio evidenzia quanto la formazione e la ridefinizione dei ruoli siano diventate leve decisive per il successo.
Solo così il tempo risparmiato potrà essere trasformato in risultati concreti e sostenibili.



