La tensione tra gli operatori telefonici e FiberCop è giunta a un punto critico. In vista della riunione del Consiglio dell’Agcom prevista per il 22 luglio, un fronte unito composto da Fastweb, Vodafone, Wind Tre, Sky Italia e iliad ha inviato una lettera all’Autorità, chiedendo il rigetto integrale dei listini pubblicati da FiberCop il 15 aprile. Gli operatori ritengono che qualsiasi intervento limitato o parziale sulle condizioni economiche proposte non sia sufficiente per affrontare le criticità di fondo.
Secondo gli operatori, la proposta tariffaria di FiberCop si discosta dai principi di equità e ragionevolezza che dovrebbero guidare la definizione delle condizioni di accesso alla rete wholesale. La lettera indirizzata all’Agcom chiede una revisione integrale dell’approccio seguito da FiberCop nella costruzione dei listini, ritenuti incompatibili con i criteri di equità, ragionevolezza e tutela della concorrenza.
Il benchmark Arthur D. Little sotto esame
Un punto centrale della controversia riguarda il benchmark europeo elaborato da Arthur D. Little, richiamato da FiberCop a sostegno della propria manovra tariffaria. Gli operatori contestano la validità di questo studio, sostenendo che le conclusioni attribuite non dimostrano la congruità dei nuovi prezzi. In particolare, viene criticata la scelta di considerare solo Regno Unito, Germania e Belgio, tre mercati con livelli di copertura in fibra inferiori a quelli italiani, modelli regolatori differenti e prezzi retail significativamente più elevati.
Gli operatori sostengono che il benchmark non è rappresentativo del mercato italiano e che i Paesi scelti non sono modelli comparabili. Inoltre, mettono in discussione il presunto legame tra aumento dei prezzi wholesale e crescita degli investimenti nella rete. Secondo loro, i Paesi citati nello studio sono proprio quelli con la minore diffusione della fibra in Europa, rendendo priva di riscontri l’ipotesi che tariffe più elevate favoriscano automaticamente maggiori investimenti infrastrutturali.
Il contratto con Tim come parametro oggettivo
Le società firmatarie della lettera ritengono che il Master Service Agreement applicato da FiberCop a Tim sia l’unico elemento verificabile e non contestabile sul quale costruire i prezzi massimi praticabili agli altri operatori wholesale. Questo contratto viene considerato un parametro oggettivo e affidabile per definire le condizioni di accesso alla rete.
Le telco respingono anche l’argomento secondo cui gli operatori avrebbero margini sufficienti per assorbire gli incrementi wholesale senza conseguenze sul mercato. Al contrario, sostengono che in Italia il differenziale tra prezzi all’ingrosso e prezzi retail è già il più contenuto rispetto ai Paesi utilizzati nel benchmark. Eventuali rincari sarebbero destinati a riflettersi direttamente sulle offerte commerciali e, in ultima analisi, sui consumatori.
Le richieste all’Agcom
Alla luce di queste considerazioni, le quattro società chiedono all’Agcom di non attribuire alcun valore giustificativo allo studio Arthur D. Little e di respingere integralmente i listini FiberCop. Gli operatori ritengono che le anticipazioni relative allo studio non possano costituire una base comparativa affidabile per giustificare la manovra tariffaria proposta da FiberCop. Inoltre, i contenuti dei listini del 15 aprile sollevano, anche autonomamente considerati, rilevanti criticità sotto il profilo della ragionevolezza, della non discriminazione, dell’equità e della tutela della concorrenza.
La richiesta finale è che l’Autorità rigetti i listini medesimi, riservando ogni approfondimento di dettaglio alle valutazioni tecniche già trasmesse. La decisione dell’Agcom sarà cruciale per il futuro del mercato delle telecomunicazioni in Italia e per la tutela dei consumatori.

