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6 Giugno 2026

Come le donne trasformano Facebook in leva sociale ed economica

Uno sguardo alternativo al divario digitale di genere: anziché enfatizzare solo accesso e competenze, lo studio evidenzia come le donne usino strategie digitali complesse per agire in contesti restrittivi

Come le donne trasformano Facebook in leva sociale ed economica

Negli ultimi anni la risposta al divario digitale di genere si è concentrata su tre grandi leve: accesso, costi e formazione. Tuttavia, nuove evidenze suggeriscono che questo quadro è incompleto perché dimentica un elemento fondamentale: molte donne non si limitano ad aspettare strumenti migliori, ma mettono in atto strategie di navigazione digitale molto raffinate per gestire visibilità, relazioni e opportunità.

Un lavoro di ricerca condotto in Bangladesh cambia la prospettiva e invita a ripensare programmi e misurazioni. Piuttosto che monitorare solo il possesso di dispositivi o le ore di connessione, è cruciale osservare come le persone costruiscono identità digitali, selezionano pubblici e tessono reti che producono valore sociale ed economico.

Cosa rivelano i dati dal Bangladesh

Lo studio documenta relazioni quantitative sorprendenti: esiste una correlazione del 72% tra coinvolgimento sulle piattaforme e diversità della rete, e una correlazione del 55% con la dimensione complessiva della rete. Inoltre, l’espansione dei legami ha spiegato il 61% della variabilità del bonding social capital e il 43% del bridging social capital, mentre la costruzione dell’identità digitale è risultata spiegabile per il 42% da queste dinamiche. Questi numeri mostrano come la qualità e la varietà dei contatti siano più decisive della semplice quantità di contatti.

Comportamenti osservati e competenze effettive

Le interviste e l’analisi qualitativa mettono in luce pratiche concrete: molte donne preferiscono esprimersi in comunità chiuse invece che sulla propria pagina pubblica, e alcune adottano pseudonimi o profili alternativi per discutere temi sensibili senza subire ripercussioni sociali. Questo non è un segnale di analfabetismo digitale, bensì di una sofisticata capacità di usare strumenti di controllo della platea, impostazioni di privacy e gruppi chiusi per bilanciare sicurezza e espressione personale.

Implicazioni pratiche: tre miti da superare

Perché cambiare approccio

Le evidenze sfidano almeno tre convinzioni diffuse: prima, l’idea che serva solo formazione di base; lo studio mostra che molte donne già padroneggiano tattiche complesse di gestione della visibilità. Secondo, la convinzione che la dimensione della rete sia il fattore principale: in realtà la diversità dei legami è spesso più utile per accedere a risorse e opportunità. Terzo, la narrazione che attribuisce la scarsa partecipazione online esclusivamente a motivi di sicurezza; sebbene i rischi esistano, molte donne rimodulano la propria presenza piuttosto che evitarla, sfruttando spazi semi-anonimi o comunità ristrette per costruire sostegno e informazione.

Cosa devono fare agenzie e piattaforme

Per gli operatori di sviluppo il messaggio è chiaro: bisogna spostare il focus dalle sole infrastrutture alla governance delle piattaforme. Interventi efficaci includono advocacy per migliori controlli di privacy, perfezionamento delle funzionalità dei gruppi chiusi e strumenti che facilitino la gestione di identità multiple. Allo stesso tempo è indispensabile misurare ciò che conta davvero: indicatori come la diversità delle reti, i processi di esplorazione identitaria e l’uso strategico delle funzionalità delle piattaforme.

L’economia dell’identità e l’imprenditoria femminile

Un aspetto spesso sottovalutato è il valore economico della costruzione di reputazione online. Molte imprenditrici nel campione descrivono Facebook come infrastruttura commerciale: in alcuni casi dichiarano che il 100% delle vendite arriva dalla pagina social e che la vetrina digitale sostituisce il negozio fisico, perché recensioni e post frequenti generano fiducia negli acquirenti. Questo tipo di legittimazione digitale è un fattore produttivo concreto e, su scala più ampia, la chiusura dei divari di genere nell’e-commerce potrebbe aggiungere circa 15 miliardi di dollari all’economia digitale africana nel periodo 2026-2030, a riprova delle potenzialità economiche in gioco.

In conclusione, lo studio dal Bangladesh invita a cambiare narrativa: nelle politiche di inclusione digitale è fondamentale riconoscere le donne come strategie attive, non solo come beneficiarie passive. Potenziare spazi sicuri, negoziare con le piattaforme per migliori strumenti di controllo e ridefinire le metriche di successo verso indicatori di rete e identità può trasformare il modo in cui sosteniamo la partecipazione digitale femminile, ampliando insieme opportunità sociali ed economiche.

Autore

Susanna Riva

Susanna Riva osserva Bologna dalla finestra dell’Archivio di Stato dove una volta ha passato una settimana a consultare faldoni sulle cooperative cittadine: quel documento segnò la scelta editoriale di approfondire responsabilità istituzionali. Tiene linea critica nella redazione, amante del caffè lungo e del taccuino sempre pieno.