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Nell’ambito di un convegno dedicato alla sovranità digitale europea a Bruxelles, l’amministratore delegato di TIM, Pietro Labriola, ha rilanciato un punto di vista netto: senza cambiamenti strutturali sul piano della concorrenza, del consolidamento, delle frequenze e delle regole, le aziende di telecomunicazioni faticheranno a riconquistare la redditività necessaria a costruire infrastrutture digitali avanzate. Il suo intervento ha smontato il copione rituale degli appuntamenti istituzionali, passando dai numeri a una proposta di policy che mette al centro la sostenibilità industriale degli investimenti.
La tesi di fondo, sintetizzata con linguaggio diretto, è semplice ma dirompente: la politica di concorrenza degli ultimi vent’anni ha privilegiato la frammentazione del mercato e la compressione dei prezzi al consumo, senza verificarne la compatibilità con il ritorno sul capitale investito. Il risultato è una situazione in cui né gli incumbent né i nuovi entranti riescono a generare margini sufficienti per finanziare fibra e 5G, elementi indispensabili per il cloud e, di conseguenza, per lo sviluppo dell’AI.
La crisi di redditività delle telco europee
Secondo Labriola, i bilanci delle grandi telco europee mostrano performance migliori soprattutto fuori dal continente: Americhe, Africa e altre aree hanno contributi più significativi alla redditività rispetto al mercato europeo, dove i risultati appaiono asfittici. Questa dinamica non è, per l’ad, un fenomeno passeggero ma l’esito di un sistema regolatorio che ha favorito la moltiplicazione di operatori e la corsa al prezzo più basso come fine a sé stesso. La conseguenza è una distruzione di valore che impedisce agli operatori di finanziare le reti di nuova generazione e di sostenere livelli adeguati di indebitamento e ritorno per gli investitori.
Perché il mercato non rende
La spiegazione tecnica che emerge è duplice: da un lato la pressione sui prezzi e dall’altro i costi strutturali legati alla rete e all’energia. Labriola evidenzia come gli OTT e le grandi piattaforme ottengano rendimenti molto più elevati (con un Roic tipico di aziende software) e spesso livelli di indebitamento inferiori rispetto alle telco, che operano con leverage più elevati. Sommate alle rigide regole e agli obblighi storici — ad esempio la gestione contrattuale e gli standard di assistenza — queste condizioni generano un gap di competitività difficilmente colmabile senza interventi mirati.
Asimmetrie regolatorie e competizione ampliata
Un altro punto chiave della riflessione riguarda l’area di gioco competitivo: non è più sufficiente valutare la concorrenza solo tra operatori tlc, perché oggi si confrontano business model molto diversi in un ecosistema digitale allargato. Labriola porta esempi concreti per spiegare lo sbilanciamento: servizi come chiamate o messaggistica via applicazioni applicano regole operative differenti rispetto ai servizi di rete tradizionali, generando costi e obblighi non omogenei per gli operatori regolamentati. Questo produce un differenziale strutturale che incide direttamente sulla capacità di investimento nel medio-lungo periodo.
Dati, privacy e pari regole
Al centro della disputa regolatoria c’è anche l’uso dei dati e la profilazione: se una telco volesse offrire servizi a prezzo ridotto o gratuito, si chiede Labriola, perché non dovrebbe avere le stesse possibilità di profilazione delle piattaforme, nel rispetto del GDPR? La domanda sottolinea la richiesta di un quadro normativo che assicuri parità di regole tra attori con modelli di business diversi, riducendo così asimmetrie che oggi traducendosi in maggiori costi per le telco ne deprimono la redditività.
Strade pratiche per invertire la tendenza
Per arrivare a infrastrutture robuste e capacità di investimento adeguate, Labriola indica alcune linee d’azione concrete: il consolidamento del mercato per recuperare scala produttiva, decisioni rapide sul tema delle frequenze per dare visibilità agli asset strategici, e una semplificazione normativa che riduca i comportamenti regolatori in contrasto tra autorità nazionali ed europee. Queste misure mirano a creare condizioni in cui gli investitori possano valutare con ragionevole certezza la sostenibilità del capitale impiegato nelle reti.
Consolidamento, frequenze e norme più snelle
L’argomento sul consolidamento è molto netto: mantenere tre o quattro reti mobili indipendenti in molti Paesi europei può essere uno spreco di risorse che rallenta il ritorno economico necessario non tanto per distribuire dividendi ma per finanziare il cloud e le piattaforme digitali. Sul fronte delle frequenze, la richiesta è di chiarezza e tempi certi: senza visibilità sugli asset radio la raccolta di capitale si complica. Infine, la classificazione degli operatori come grandi consumatori di energia dovrebbe essere aggiornata per ottenere strumenti di gestione dei costi energetici coerenti con la realtà attuale.
Il monito finale è politico e industriale: senza reti e senza condizioni che garantiscano il costo del capitale, l’Europa rischia di perdere il controllo del proprio sviluppo digitale. La catena è lineare — fibra e 5G abilitano il cloud, il cloud abilita l’AI — e il tempo che impiega la regolamentazione a riformarsi è tempo in cui valore e capacità migrano altrove.

