Il 16 settembre 2026 la giudice federale Leonie Brinkema ha pubblicato l’opinione di 106 pagine che definisce i rimedi antitrust per Google nel caso relativo alla pubblicità online. La decisione segue la sentenza di merito del 17 aprile 2025 in cui la stessa magistrata aveva riconosciuto a Google un monopolio illegale nei mercati degli ad server per editori e degli ad exchange per la pubblicità display sul web.
Il caso, distinto da quello sul motore di ricerca risolto dal giudice Amit Mehta a Washington, riguarda due piattaforme chiave: DoubleClick for Publishers ribattezzata Google Ad Manager dal 2018, e AdX. Entrambe restano sotto il controllo di Google, ma il tribunale ha scelto di non ordinare la loro separazione, preferendo una serie di misure correttive più mirate.
Rimedi imposti: integrazione con Prebid e monitor tecnico
Il provvedimento richiede a Google di creare API di interoperabilità tra AdX e la piattaforma per editori, collegandole al sistema Prebid lo standard open-source utilizzato per il header bidding. Le offerte di AdX dovranno essere inviate ai server concorrenti alle stesse condizioni con cui arrivano a DoubleClick for Publishers, e Google deve pubblicare una documentazione tecnica che spieghi il proprio algoritmo di assegnazione delle aste.
Obbligo di condivisione dati
Google è tenuta a fornire agli editori tutti i dati relativi alle aste comprese le offerte perdenti, per permettere un confronto trasparente. Inoltre, la società non potrà più favorire i propri prodotti pubblicitari nella fase di asta, né far concorrere direttamente Google Ads (ex-AdWords) con la propria piattaforma editoriale.
Perché la cessione di AdX è stata respinta
Il Dipartimento di Giustizia, supportato da diciassette Stati aveva chiesto la vendita di AdX e la pubblicazione in codice aperto della logica di DoubleClick for Publishers. Brinkema ha declinato, motivando la decisione con due ragioni principali: la lunghezza e l’incertezza di un eventuale appello, che avrebbero lasciato Google in una condizione operativa precaria, e il rischio di interrompere un’infrastruttura critica per editori e piccole imprese.
Rischi per il mercato
Un divieto di cessione avrebbe potuto generare interruzioni di servizio durante il passaggio da una piattaforma unica a due entità separate, minacciando i flussi di entrate di migliaia di editori. La giudice ha ritenuto che, con le misure comportamentali richieste, fosse possibile garantire la concorrenza senza provocare danni collaterali.
Impatto globale e periodo di sorveglianza
Le disposizioni entreranno in vigore sessanta giorni dopo la firma dell’ordine finale, previsto entro il 2 ottobre 2026. Il monitoraggio tecnico, affidato a un comitato di esperti avrà durata di sei anni metà del periodo di quindici anni richiesto dal governo. Il controllo coprirà le operazioni di Google a livello mondiale, includendo gli editori europei che attualmente utilizzano DoubleClick for Publishers e AdX.
Nei prossimi sei anni, il monitor dovrà verificare che le interfacce con Prebid rimangano aperte, che le offerte di AdX raggiungano i server concorrenti senza ritardi artificiali e che le informazioni condivise con gli editori consentano di individuare eventuali trattamenti preferenziali.
Il caso rimane un punto di riferimento per la giurisprudenza antitrust americana: dopo aver optato per rimedi strutturali nel caso Microsoft (Standard Oil, AT&T), la Corte ha nuovamente scelto un approccio comportamentale per un gigante tecnologico. La differenza cruciale è che la decisione di Brinkema indica esplicitamente Prebid come canale obbligatorio di interoperabilità, limitando così le possibilità di evasione da parte di Google.
Resta da vedere se, entro il periodo di sorveglianza, il mercato delle pubblicità digitali saprà adattarsi a un contesto più aperto o se le restrizioni si riveleranno insufficienti a spezzare il dominio di Google.



