Come le aziende italiane possono colmare il gap digitale tra processi, dati e sicurezza

Dai numeri emersi a LENS 2026 e dal Cyber Index PMI 2026 emerge un quadro a due velocità: tecnologia disponibile ma integrazione, strategia e sicurezza restano le sfide principali

Durante LENS 2026 gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano hanno tracciato una mappa chiara della situazione digitale delle imprese italiane: non è più solo questione di strumenti, ma di strategia e resilienza. Le novità tecnologiche, dall’intelligenza artificiale alle soluzioni cloud, bussano alle porte degli stabilimenti, mentre la preferenza dei consumatori per i pagamenti digitali ridefinisce i flussi economici.

Accanto ai dati presentati a LENS, il Cyber Index PMI 2026, presentato il 12 marzo a Roma da Generali con il contributo del Politecnico di Milano e di Confindustria, fotografa lo stato della cybersecurity nelle piccole e medie imprese. Il quadro che ne emerge mette in evidenza progressi nella consapevolezza ma anche limiti operativi e organizzativi che possono tradursi in rischi concreti per la continuità del business.

Processi e supply chain: efficienza bloccata dall’assenza di integrazione

La digitalizzazione dei processi core mostra un’adozione diffusa di strumenti, ma con un difetto ricorrente: il modello a silosp che impedisce la visione end-to-end. Nella Supply chain planning oltre l’80% delle grandi imprese utilizza soluzioni digitali per previsione della domanda e pianificazione, mentre nelle PMI la penetrazione si attesta intorno al 60-70%. Tuttavia, la capacità di connettere tutte le fasi rimane limitata: solo il 60% delle grandi e il 40% delle piccole dichiarano un livello elevato di integrazione, condizione necessaria per trasformare i dati in vantaggio competitivo.

Pianificazione e operations

La presenza di tool per forecast e pianificazione non basta se manca un flusso informativo continuo e interoperabile. I sistemi adottati spesso non parlano tra loro, creando ridondanze e errori pratici nella gestione degli approvvigionamenti e della produzione. Investire in piattaforme che favoriscano l’integrazione dei processi e l’automazione delle interfacce diventa quindi prioritario per ridurre i lead time e migliorare la reattività alle variazioni di domanda.

Commercio, marketing e pagamenti: un divario tra canali consumer e B2b

Nel marketing digitale le grandi imprese mostrano familiarità con CRM (82%) e marketing automation (79%), ma la capacità di raggiungere la personalizzazione profonda rimane limitata (36%). Piattaforme come i Digital Asset Management sono adottate da una minoranza (26%), riducendo l’efficacia delle campagne omnicanale. Sul fronte dei pagamenti, per la prima volta i canali digitali hanno superato il contante: il 45% del valore dei consumi è oggi regolato tramite carta o wallet, segno di un cambiamento consolidato nelle abitudini d’acquisto.

E-commerce B2b e tecnologie di interscambio

Il mondo B2b resta però a due velocità: l’incidenza degli ordini scambiati digitalmente pesa mediamente il 22% nelle filiere e solo il 25% delle grandi aziende dispone di un portale e-commerce B2b. L’integrazione del ciclo ordine-fatturazione è incompleta: nonostante la diffusione della fatturazione elettronica per obbligo normativo, lo scambio digitale dell’ordine è al 56% nelle grandi imprese e la gestione digitale dei documenti di trasporto al 38%. Tecnologie consolidate come l’EDI sono ancora utilizzate solo dal 57% delle grandi realtà, a indicare spazi di miglioramento nella sincronizzazione logistica.

Dati, competenze e cybersecurity: da risorsa a must strategico

La diffusione di strumenti di Business Intelligence è elevata nelle grandi imprese (93% per integrazione dati, 87% per BI), mentre nelle PMI percentuali scendono drasticamente (27% e 20%). L’interesse verso AI applicata a dati non strutturati cresce (54% di sperimentazione nelle grandi), ma i progetti operativi e scalabili restano rari (3%). Sul fronte umano, il 73% delle grandi aziende ha figure dedicate all’analisi dei dati contro il 33% delle PMI: la carenza di competenze frena la trasformazione dei dati in decisioni tempestive.

Sul piano della sicurezza, i numeri del Clusit e del Cyber Index evidenziano una pressione crescente: nel 2026 oltre 5.200 incidenti gravi a livello globale e un impatto significativo anche in Italia. Il Cyber Index PMI 2026 segnala che il 24% delle PMI ha subito almeno una violazione negli ultimi tre anni, mentre solo il 16% è considerato pienamente maturo. La figura del CISO è presente nel 58% delle grandi imprese e nel 22% delle PMI, ma strategie di difesa attiva (automazione e monitoraggio continuo) sono adottate solo dal 28% delle grandi e dal 5% delle piccole realtà.

Per il 2026 la direzione degli investimenti mostra priorità chiare: la cybersecurity è al primo posto per il 65% delle grandi e il 45% delle PMI; le grandi puntano su AI e Big Data, le PMI privilegiano Industry 4.0 e migrazione al cloud (37% ciascuno). Il monito finale è di Riccardo Mangiaracina: la tecnologia è disponibile, ma senza una cultura del dato, integrazione dei processi e una difesa proattiva, la digitalizzazione rischia di rimanere superficiale e vulnerabile.

Scritto da Andrea Ferrara

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