Salta al contenuto
20 Ottobre 2026

Founder italiani dominano le scale-up del Regno Unito

Otto founder nati in Italia alimentano le scale‑up britanniche più dinamiche, creando valore per 15,8 miliardi di sterline.

Founder italiani dominano le scale-up del Regno Unito

Il report Job Creators 2026 realizzato da The Entrepreneurs Network in collaborazione con Penningtons Manches Cooper, ha svelato che 54 delle 100 aziende a più rapida crescita del Regno Unito hanno almeno un fondatore nato all’estero. Insieme, queste 54 imprese valgono £15,84 miliardi, pari al 70 % del valore complessivo della top-100.

Il fenomeno non è nuovo: nel 2019 il 49 % delle scale-up britanniche contava un founder straniero, percentuale scesa al 39 % nel 2023-2024 per poi tornare al 54 % nel 2026. La tendenza è

Il primato inatteso dell’Italia nelle scale-up UK

Tra i 54 founder stranieri, l’Italia occupa il secondo posto a livello di provenienza, superando Germania e India. Sono otto i nomi italiani presenti nella classifica delle 100 scale-up più veloci del Regno Unito, mentre Germania e India ne hanno sette ciascuno e la Russia sei. Questo posizionamento è sorprendente per un Paese che faticava a produrre scale-up nazionali.

In contrapposizione, negli Stati Uniti il National Foundation for American Policy registra che il 59 % delle startup valutate oltre un miliardo di dollari (455 su 775) ha almeno un founder immigrato; includendo i figli di immigrati, la quota sale a due terzi.

Le conseguenze per l’economia italiana

Gli otto imprenditori italiani che hanno scelto Londra non hanno creato valore in Italia, ma hanno generato posti di lavoro, indotto fiscale e capitali a beneficio del mercato britannico. Il flusso è unidirezionale: l’Italia esporta talenti, ma ne importa pochi. Una ricerca ipotetica tra le cento aziende italiane più in crescita suggerirebbe che i founder nati all’estero rappresenterebbero al massimo una singola mano.

Un caso di rottura è The Liquid Factory che ha attratto co-founder di livello internazionale come Sylwia Szymczyk (Fashionista) o Lohra Famy (elephantroom), dimostrando che la strategia di reclutare capitale umano dall’estero può generare risultati concreti.

Perché l’immigrazione qualificata è cruciale per l’innovazione

Gli immigrati portano non solo competenze tecniche, ma anche una maggiore propensione al rischio – chi ha già lasciato il proprio Paese ha meno da perdere – e reti internazionali operative. Per questo i founder stranieri risultano sovrarappresentati nelle aziende a più rapida crescita e, soprattutto, nel valore che generano (70 % del valore totale).

In Italia e in Europa il dibattito si concentra spesso sulla “fuga dei cervelli”, ma la vera leva di crescita è l’attrazione netta di talenti. Il Regno Unito, pur perdendo founder verso gli USA, ne accoglie da 35 paesi, dimostrando che la rigenerazione industriale avviene grazie a un flusso migratorio positivo.

Per invertire il trend, l’Italia potrebbe puntare su politiche di visti più accessibili, incentivi fiscali per startup fondate da talenti stranieri e programmi di accelerazione che facilitino l’integrazione dei founder appena arrivati. Solo così il Paese potrà trasformare la vulnerabilità in opportunità e smettere di essere solo una “casa di partenza” per gli imprenditori.

Autore

Edoardo Marchesi

Edoardo Marchesi, voce delle notizie di Palermo, ricorda la notte in cui seguì il corteo in via Maqueda e decise di chiedere carte e nomi: da allora predilige verifiche sul campo. In redazione guida l’agenda delle emergenze e custodisce una collezione di vecchie mappe della città.