Il report Job Creators 2026 realizzato da The Entrepreneurs Network in collaborazione con Penningtons Manches Cooper, ha svelato che 54 delle 100 aziende a più rapida crescita del Regno Unito hanno almeno un fondatore nato all’estero. Insieme, queste 54 imprese valgono £15,84 miliardi, pari al 70 % del valore complessivo della top-100.
Il fenomeno non è nuovo: nel 2019 il 49 % delle scale-up britanniche contava un founder straniero, percentuale scesa al 39 % nel 2023-2024 per poi tornare al 54 % nel 2026. La tendenza è
Il primato inatteso dell’Italia nelle scale-up UK
Tra i 54 founder stranieri, l’Italia occupa il secondo posto a livello di provenienza, superando Germania e India. Sono otto i nomi italiani presenti nella classifica delle 100 scale-up più veloci del Regno Unito, mentre Germania e India ne hanno sette ciascuno e la Russia sei. Questo posizionamento è sorprendente per un Paese che faticava a produrre scale-up nazionali.
In contrapposizione, negli Stati Uniti il National Foundation for American Policy registra che il 59 % delle startup valutate oltre un miliardo di dollari (455 su 775) ha almeno un founder immigrato; includendo i figli di immigrati, la quota sale a due terzi.
Le conseguenze per l’economia italiana
Gli otto imprenditori italiani che hanno scelto Londra non hanno creato valore in Italia, ma hanno generato posti di lavoro, indotto fiscale e capitali a beneficio del mercato britannico. Il flusso è unidirezionale: l’Italia esporta talenti, ma ne importa pochi. Una ricerca ipotetica tra le cento aziende italiane più in crescita suggerirebbe che i founder nati all’estero rappresenterebbero al massimo una singola mano.
Un caso di rottura è The Liquid Factory che ha attratto co-founder di livello internazionale come Sylwia Szymczyk (Fashionista) o Lohra Famy (elephantroom), dimostrando che la strategia di reclutare capitale umano dall’estero può generare risultati concreti.
Perché l’immigrazione qualificata è cruciale per l’innovazione
Gli immigrati portano non solo competenze tecniche, ma anche una maggiore propensione al rischio – chi ha già lasciato il proprio Paese ha meno da perdere – e reti internazionali operative. Per questo i founder stranieri risultano sovrarappresentati nelle aziende a più rapida crescita e, soprattutto, nel valore che generano (70 % del valore totale).
In Italia e in Europa il dibattito si concentra spesso sulla “fuga dei cervelli”, ma la vera leva di crescita è l’attrazione netta di talenti. Il Regno Unito, pur perdendo founder verso gli USA, ne accoglie da 35 paesi, dimostrando che la rigenerazione industriale avviene grazie a un flusso migratorio positivo.
Per invertire il trend, l’Italia potrebbe puntare su politiche di visti più accessibili, incentivi fiscali per startup fondate da talenti stranieri e programmi di accelerazione che facilitino l’integrazione dei founder appena arrivati. Solo così il Paese potrà trasformare la vulnerabilità in opportunità e smettere di essere solo una “casa di partenza” per gli imprenditori.



