Il merchandising aziendale non è un semplice strumento promozionale, ma un mezzo strategico che varia significativamente a seconda del settore di appartenenza. Mentre un’istituzione educativa potrebbe utilizzare prodotti personalizzati per supportare corsi o giornate di orientamento, un’associazione potrebbe puntare su gadget per campagne di sensibilizzazione o raccolte fondi. La scelta del prodotto riflette l’obiettivo specifico: identificare, formare, comunicare, ringraziare o rafforzare una comunità.
Per comprendere appieno queste dinamiche, è essenziale analizzare non solo i prodotti più venduti in assoluto, ma anche le preferenze settoriali. Questo approfondimento si basa su dati reali di ordini di clienti in Italia, evidenziando le tendenze osservate tra oltre 1.400 organizzazioni e più di 2.000 ordini processati. L’analisi si concentra su sei settori chiave, utilizzando un indice di affinità base 100 per misurare la preferenza relativa di ciascuna famiglia di prodotto rispetto alla media generale.
L’indice di affinità: un metodo per misurare le preferenze settoriali
Per evitare distorsioni causate da grandi acquisti puntuali, l’indice di affinità viene calcolato su organizzazioni uniche, non sul fatturato o sul numero di unità ordinate. Un indice di 100 indica un comportamento in linea con la media generale, mentre un indice di 120 significa un’affinità del 20% superiore alla media. Ad esempio, se il 6,5% delle organizzazioni totali acquista chiavette USB, ma nel settore educativo questa percentuale sale al 16,6%, l’indice di affinità per educazione e USB è pari a 255.
Questo metodo permette di identificare quali famiglie di prodotto sono proporzionalmente più popolari in un settore rispetto alla media globale. Ad esempio, le shopper personalizzate, le borracce per aziende, le penne pubblicitarie e i taccuini con logo sono articoli a domanda trasversale, ma l’indice di affinità rivela le preferenze specifiche di ciascun settore.
I sei settori chiave e le loro strategie di merchandising
L’analisi si concentra su sei settori chiave, ciascuno con un profilo differenziato e rilevante per le decisioni di marketing, eventi e acquisti B2B in Italia. Questi settori includono associazioni, ONG e fondazioni, sport e tempo libero, horeca, turismo e ristorazione, marketing, comunicazione ed eventi, educazione e formazione, e salute e benessere.
Associazioni, ONG e fondazioni: campagne, comunità e partecipazione
Nel settore delle associazioni, ONG e fondazioni, il merchandising è utilizzato principalmente per azioni di visibilità e dinamizzazione comunitaria. I gadget servono non solo come oggetti pubblicitari, ma anche come supporti pratici per accreditare partecipanti, consegnare materiale informativo, identificare volontari o ringraziare soci. Le famiglie di prodotto con maggiore affinità includono shopper di cotone, taccuini, borracce, tessile e prodotti riutilizzabili.
Questi prodotti sono spesso utilizzati in contesti come congressi, giornate formative, eventi solidali, campagne di sensibilizzazione, reclutamento di soci, identificazione del personale volontario e consegna di materiale istituzionale. L’obiettivo principale è organizzare, identificare e rafforzare il senso di appartenenza.
Sport e tempo libero: attrezzatura e abbigliamento
Nel settore dello sport e del tempo libero, l’affinità più alta è riscontrata per l’abbigliamento e il tessile, con un indice approssimativo di 161. Questo settore punta su articoli legati all’attività fisica, alla squadra e al senso di appartenenza. I prodotti più richiesti includono abbigliamento sportivo, zaini, attrezzatura leggera e articoli outdoor.
Questi gadget sono utilizzati per identificare i membri del club, promuovere eventi sportivi, migliorare l’esperienza degli atleti e rafforzare il senso di comunità. L’abbigliamento e il tessile personalizzati sono particolarmente popolari per la loro visibilità e praticità.
L’importanza del video nella comunicazione B2B
Nel 2026, il video si è affermato come una componente stabile della comunicazione d’impresa, soprattutto nel settore B2B. Questo formato aiuta a rendere leggibili temi complessi come tecnologie, processi produttivi, innovazione, sostenibilità e casi applicativi. Il video non sostituisce il testo, la carta o gli eventi, ma li completa, rendendoli più efficaci.
Secondo il report Wistia “State of Video 2026”, basato su oltre 13 milioni di video e 79 milioni di ore di contenuti, la domanda di video cresce nonostante i budget siano sotto pressione. Il 51% delle aziende dichiara budget video stabili o in calo, spingendo le imprese a lavorare meglio sui format più efficaci. Educational video e product video sono utilizzati dal 57% dei team, seguiti dai social video al 56% e dai webinar al 55%.
Nel B2B, LinkedIn è diventato il primo canale di distribuzione video, indicato dall’81% dei team come piattaforma principale. Questo conferma una tendenza chiara: nel 2026, non basta produrre contenuti, occorre distribuirli nei luoghi in cui il pubblico professionale li scopre, li salva, li commenta e li condivide. Il video funziona quando entra in una strategia globale, capace di avvicinare analogico e digitale, testo e visual, carta e piattaforme online.
L’integrazione tra materiali fisici e contenuti digitali dimostra il valore di questo approccio. Le campagne che usano QR code su packaging, cataloghi, affissioni o materiali fieristici trasformano un supporto offline in una porta d’accesso a video dimostrativi, interviste, tutorial o contenuti formativi. Il caso IKEA Place, spesso citato tra gli esempi physical-to-digital, mostra come l’unione tra esperienza fisica, app e contenuti visuali possa migliorare il percorso dell’utente e aumentare le conversioni.
Nel B2B, non conta solo la reach, ma la qualità dell’attenzione. Un contenuto visto per diversi minuti da un pubblico tecnico può valere più di migliaia di visualizzazioni distratte. Anche la ricerca YouTube, con un CTR del 4,21%, indica che una parte del pubblico arriva ai contenuti cercando attivamente informazioni, un comportamento vicino alla logica SEO e alla lead generation.
Il trend del 2026 è chiaro: il video diventa infrastruttura editoriale. Serve a informare, misurare interesse, dare continuità agli eventi, valorizzare contenuti specialistici e costruire fiducia. Per chi non ha ancora una strategia video, il rischio non è comunicare ‘meno’, ma essere meno visibile proprio nei momenti in cui clienti, partner e stakeholder cercano competenza.



