Il conflitto tra FiberCop e Tim sulle nuove tariffe wholesale si è intensificato, con il Tribunale di Milano che ha respinto il ricorso cautelare presentato da Tim. Tuttavia, la questione è ben lungi dall’essere risolta, con l’Agcom chiamata a pronunciarsi sulle condizioni economiche pubblicate da FiberCop il 15 aprile.
L’ordinanza del Tribunale, depositata il 21 luglio 2026, ha rigettato integralmente il ricorso di Tim, sostenendo che l’interpretazione del Master Service Agreement (MSA) proposta da Tim non trova riscontro nel contratto. Questo pronunciamento rafforza la posizione di FiberCop, ma non chiude definitivamente il dossier regolatorio.
Il ruolo cruciale del Master Service Agreement
Al centro della disputa c’è il Master Service Agreement l’accordo sottoscritto nel 2026 nell’ambito della separazione della rete fissa. Tim sostiene che le condizioni economiche contenute nell’accordo dovrebbero essere applicate ai servizi acquistati da FiberCop, comprese le agevolazioni collegate ai volumi.
L’operatore, che sostiene costi per l’accesso alla rete prossimi ai due miliardi di euro all’anno stima che la nuova manovra tariffaria possa determinare ulteriori oneri per diverse decine di milioni di euro su base annua. FiberCop, invece, sostiene che nelle aree e per i servizi sottoposti a regolamentazione, debbano valere le condizioni approvate dall’Agcom anche nei rapporti con Tim.
La posizione degli altri operatori
Mentre il Tribunale respingeva l’istanza di Tim, il fronte degli operatori contrari alla manovra tariffaria si ricompattava in vista della riunione del Consiglio Agcom del 22 luglio. FastwebVodafoneWind TreSky Italia e iliad hanno inviato una nuova lettera all’Autorità chiedendo il rigetto integrale dei listini pubblicati da FiberCop.
Secondo le quattro società, eventuali interventi circoscritti ad alcune voci o condizioni economiche non sarebbero sufficienti a correggere le criticità della proposta. Nella missiva viene chiesta una revisione integrale dell’approccio seguito da FiberCop nella costruzione delle tariffe, considerate incompatibili con i criteri di equità, ragionevolezza e tutela della concorrenza.
Il benchmark europeo sotto esame
Uno dei principali elementi di scontro riguarda il benchmark europeo elaborato da Arthur D. Little e richiamato da FiberCop a sostegno della propria proposta. Secondo gli operatori, lo studio non fornirebbe elementi sufficienti per dimostrare che le nuove condizioni siano coerenti con il mercato.
Le società contestano in particolare la metodologia adottata e la scelta dei Paesi utilizzati per il confronto, che includono Regno Unito, Germania e Belgio. Per gli operatori, si tratta di mercati caratterizzati da livelli di copertura in fibra inferiori rispetto all’Italia, da assetti regolatori differenti e da prezzi al dettaglio sensibilmente più elevati.
Queste differenze renderebbero poco rappresentativo il paragone con il mercato italiano, dove la competizione sul retail ha mantenuto le tariffe particolarmente basse e ridotto il margine disponibile tra costi all’ingrosso e ricavi generati dalle offerte commerciali.
Le quattro società chiedono quindi all’Agcom di non attribuire allo studio Arthur D. Little un valore sufficiente a giustificare gli incrementi proposti e di basare le proprie valutazioni sugli approfondimenti tecnici già trasmessi nel corso del procedimento.
La battaglia sulle tariffe wholesale continua a coinvolgere non solo FiberCop e Tim, ma anche una parte rilevante degli operatori presenti sul mercato italiano. Le decisioni sui listini potrebbero incidere sulla struttura dei prezzi della banda ultralarga, sulle strategie commerciali degli operatori e sulla sostenibilità di un mercato caratterizzato da una forte pressione competitiva.


