Il vertice NATO di Ankara, tenutosi il 7 e l’8 luglio 2026, ha segnato un punto di svolta nella storia dell’Alleanza Atlantica. Per la prima volta, la tecnologia è stata riconosciuta come un pilastro fondamentale della deterrenza collettiva accanto alle capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica. Questo cambiamento rappresenta l’avvio della cosiddetta NATO 3.0 una nuova era in cui la guerra algoritmica e l’interoperabilità digitale diventano elementi cruciali.
La dichiarazione finale del vertice ha esplicitamente menzionato la necessità di un warfighting cloud transatlantico interoperabile e l’adozione di modelli di intelligenza artificiale avanzati. Questo riconoscimento ufficiale della tecnologia come elemento chiave della strategia NATO rappresenta un cambiamento radicale rispetto ai vertici precedenti, dove il digitale era spesso relegato a un ruolo marginale.
Il Protected Business Network: l’infrastruttura digitale comune della NATO
Uno dei risultati più concreti del vertice di Ankara è stata la firma del contratto tra la NATO Communications and Information Agency (NCIA) e Accenture per il Protected Business Network (PBN). Questo progetto, del valore di circa 200 milioni di euro (poco più di 230 milioni di dollari) su sette anni, mira a creare una base delle operazioni digitali classificate per l’intera impresa NATO. Il PBN sarà un ambiente cloud multi-provider, standardizzato e scalabile, pensato per sostituire i sistemi legacy nazionali e servire circa 29.000 utenti tra amministrazioni civili e militari.
A siglare l’intesa sono stati il General Manager della NCIA, Dylan Browne, e Olivier Girard, responsabile Defense Industry per l’area EMEA di Accenture. Il North Atlantic Council ha approvato il progetto come capacità Alliance-wide, il che significa che diventerà l’infrastruttura digitale comune di tutta l’Alleanza, non un sistema parallelo da far dialogare a fatica con gli altri.
Leonardo e la sovranità tecnologica
Un dettaglio industriale di grande rilievo è il ruolo centrale affidato a Leonardo, l’azienda italiana che sarà responsabile dell’architettura Zero Trust dell’intero sistema. Leonardo metterà a disposizione la propria Global Cybersec Platform una piattaforma di cyber-difesa basata su agenti di intelligenza artificiale, per garantire che l’infrastruttura resti operativa anche sotto attacco attivo. Questo riconoscimento della competenza italiana nel settore della cybersecurity rappresenta un importante passo avanti per l’industria italiana della difesa e della cybersecurity.
L’amministratore delegato di Leonardo, Lorenzo Mariani, ha collegato pubblicamente il programma al rafforzamento della prontezza operativa, dell’interoperabilità e della continuità delle missioni dell’Alleanza. Mauro Macchi, CEO EMEA di Accenture, ha insistito sulla necessità di una dorsale digitale resiliente, interoperabile e pronta per il futuro. Affidare la componente più sensibile del sistema a un gruppo industriale italiano anziché a un fornitore statunitense non è una scelta neutra, ma un segnale chiaro della volontà dell’Alleanza di rafforzare la sovranità tecnologica europea.
Il dibattito europeo sul cloud e la sovranità tecnologica
Il caso PBN si inserisce in un dibattito europeo sulla sovranità tecnologica che va avanti da tempo. All’inizio di giugno 2026, la Commissione europea ha presentato il proprio pacchetto sulla sovranità tecnologica, incentrato sul cosiddetto Cloud and AI Development Act e collegato all’AI Continent Action Plan varato nell’. L’obiettivo dichiarato è rafforzare le capacità europee su semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e software open source, in un mercato in cui provider extra-UE come Amazon, Microsoft e Google controllano tuttora la larghissima maggioranza dell’infrastruttura cloud del continente.
La decisione di affidare a un consorzio euro-italiano la componente Zero Trust del nuovo backbone digitale NATO assume un peso che va oltre il singolo contratto. È, prima di tutto, un indicatore politico su dove l’Alleanza — e i suoi membri europei — ritengono debba essere costruita e presidiata la propria autonomia tecnologica nei prossimi anni. Questo riconoscimento della competenza italiana nel settore della cybersecurity rappresenta un importante passo avanti per l’industria italiana della difesa e della cybersecurity.
Le sfide aperte della nuova infrastruttura digitale
Un programma di questa portata porta con sé anche interrogativi che meritano di essere posti. La governance dei dati tra 32 alleati che hanno quadri normativi nazionali ancora parzialmente disomogenei richiede un modello di governance che, a questa scala, non ha davvero precedenti nel contesto NATO. Inoltre, la sovranità digitale non si acquisisce semplicemente ospitando un servizio in un data center europeo, ma quando chi lo gestisce ha competenze sufficienti per capire cosa accade davvero dentro quell’infrastruttura, per modificarla, proteggerla e, se necessario, sostituirla.
La resilienza reale sotto attacco è un’altra questione cruciale. Una rete pensata per accelerare la condivisione di dati sensibili tra 32 nodi nazionali è per definizione un bersaglio di alto valore, e la sua resilienza reale sarà probabilmente il primo vero banco di prova di tutta l’operazione. Su questo fronte, non si parte da zero: nel 2016 il Summit di Varsavia aveva già sancito il cyberspazio come dominio operativo e introdotto il Cyber Defence Pledge; nel 2026 è arrivata la Comprehensive Cyber Defence Policy; nel 2026, a Vilnius, gli alleati hanno approvato un nuovo concetto per rafforzare il contributo della cyber difesa alla postura di deterrenza complessiva.
Il PBN si inserisce quindi in una traiettoria che dura ormai da un decennio, ma lo fa a uno stadio molto più avanzato e con una superficie di attacco molto più ampia da difendere, visto che porta sotto lo stesso ombrello cloud circa 29.000 utenti civili e militari. Le minacce cyber e il valore strategico del PBN non sono teorici: negli ultimi mesi diversi funzionari legati all’Alleanza hanno richiamato pubblicamente campagne di intrusione nelle infrastrutture di telecomunicazione che avrebbero colpito operatori in oltre dieci Paesi NATO.



